sono più

io sono più che abbastanza
io sono il timore e il silenzio
della totalità
sono l’intero e la lingua
che mi crea identità
sono più di un valore
sono altro che valore
sono qualità, non quantità
sono divenire che rompe
sono ora la fine e l’inizio
di tutto, io sono
la misura, la miseria
disperazione una massa
il grido che dall’angoscia
diventa fermo, e ripete
io sono abbastanza
attraverso il dolore
attraverso il pianto
attraverso la gioia
attraverso la fame
mi attraverso sempre
io sono più che abbastanza
verso lo specchio
verso le mie guance
verso le mie mani
verso le mie gambe
verso le mie spalle
che tutto portano
sono abbondanza
di senso, di tempo
di spazi, di parole
di dei, di ritmo,
di persone e parole
come non mi pensi abbastanza?
oltre la tua figura
mi elevo

ho generato dolore
e l’ho visto, meschino
correre a divorarmi
per un attimo vinse
e una pozione mi porse
per chiudere il gioco
ma lo guardai attento
e serio gli risposi
perché capitale
devi vincere?
tu sei ovunque e sei nulla
io sono qui e sono tutto
per dispetto, sommo male
non mi prendi con te
non finirò per cedere
al tuo ricatto:
sii numero e moltiplicati.
sarò singolo
sarò unico
sarò solitario
sarò sterile
sarò malato
sarò vacillante
sarò ingesto
sarò silenzio
sarò inutile
ma non sarò mai riprodotto.
sarò aggettivo, non funzione.

meloday

questa è la musica che tiene compagnia oggi, una musica dolce e gentile 🙂

ecco l’altro, un pezzo superconosciuto… ma questa interpretazione merita un ascolto attento:

altra compagnia? c’è una playlist perfetta su spotify:

CollegaMenti #9

XIX

la giornata mondiale della poesia è stata ieri, ma vale la pena vivere la poesia ogni giorno dell’anno; ecco dunque questa gemma di Alda Merini.

CollegaMenti #8

 

specchio

canta il tempo, le arti, le lotte

che guastano la pia illusione

di genti prese in trappola.

canta la libertà a loro

che vivono in caverne

e delle idee fanno ombre.

canta quella strana libertà

bel rapsodo con abbracci

e vestimi di parole nuove;

come su onde naviga la tua voce!

afferra l’ora, prendi tempo

(non è che illusione)

dilatando confini al ritorno.

con misura di speranza

scrivi la mia immagine

sulle tue parole, mio amico.

sono un’altra parte, di fronte

a te, tuo schermo e specchio.

puoi riflettermi nella tua immagine?

insegna i segreti di Crono

voce che scopre margini

eco rotta nella tempesta;

vibrante anni di luce

rinato alla deflagrazione

per selvaggi secoli bui.

eone che scorre, spazio

in fuga, altra dimensione

il luogo che sei diventato!

dove reazioni ti fondono

gli elementi si incontrano

in quieta apocalisse.

da sponda soave affiori

su leggero specchio

mite brezza del mare.

gay omofobo cerca amore

dove rifletto su omofobia, corpo e genere. lo spunto me lo dà un recente scambio, diciamo così, con un anonimo.

sono su un sito di incontri e mi contatta uno sconosciuto, di cui mi colpisce una frase nella descrizione del profilo attribuita a rocco siffredi: sentirsi uomo e amare il cazzo non è comprensibile da tutti. mi saluta per primo e sono contento di poter instaurare un dialogo con una persona particolare, per quanto di solito sia restio a concedere parola agli anonimi di questi luoghi.

per rompere il ghiaccio gli dico che ho apprezzato la citazione, che personalmente interpreto come “gli uomini hanno talmente tanta paura del fallo che non riescono ad amare il pene” e quindi in un senso che demolisce la mascolinità tossica; lui invece risponde che la interpreta all’opposto, come una celebrazione del fallo e del macho. allargando il discorso ribadisco che paradossalmente i maschi omosessuali hanno molto da imparare su cosa vuol dire amare il cazzo e che per questo c’è una gran quantità di omofobia interiorizzata, per non parlare di misoginia. l’anonimo chiede (sic):

è possibile non avere l’omofobia interiorizzata coi tempi che corrono?

non capisco cosa intenda. prima interdizione. certo che è possibile non interiorizzare l’omofobia. ma per me che la combatto da quando ho cinque anni mi riesce relativamente facile riconoscerla. forse per lui non è lo stesso. ma non riesco a rispondere, perché l’anonimo aggiunge su questa altre domande su altri concetti: non ce la faccio a stargli dietro, a rispondere alla marea incoerente di frasi che va accumulando, quindi scelgo di rispondere solo all’ultima domanda, ossia dove abito (per fortuna in mezzo a noi ci stanno un paio di centinaio di chilometri, quindi mi sento relativamente al sicuro).

cambio d’argomento: chiede l’origine del mio nome utente, che ho ripreso dalla figura di Baphomet. lui afferma che è molto inquietante (…e chi te l’ha chiesto?). rispondo che in realtà lo dipingono cattivo ma non lo è affatto (maledetta necessità del superego che mi impone sempre di rassicurare l’altro!). al suo insistere che si tratta pur sempre di una figura diabolica, come se questo sistemasse la faccenda, gli ricordo mezzo esasperato (sto parlando con un prete?) che i simboli in fondo sono finzione, e che le religioni sono fasulle. scanso di equivoci.

cambio d’argomento repentino: al contrario di quello che ho scritto come descrizione sul mio profilo (non cerco nulla perché non ho perduto niente), l’anonimo dice:

ho dei desideri che non riesco a far quadrare

gli chiedo di approfondire se vuole parlarne. inizia un altro flusso di pensieri di cui di nuovo mi sfugge la coesione e che hanno come punto centrale il fatto che vorrebbe una storia d’amore, e aggiunge:

cosa ci rende umani se non l’amore?

ho smesso di abboccare a queste trappole, per due motivi: 1. dipende da cosa s’intende per amore e 2. credo che non sia l’amore a renderci umani ma semmai la capacità di immaginazione; infatti cresce il sospetto che costui abbia un’immaginazione molto vivida, e lateralmente aggiungo non molto lucida avendo trent’anni di età. ma vado avanti perché in fondo stiamo solo parlando, e non ha mostrato grandi brutture. ma arriva subito una smentita:

solo perché fallisco non è che [il desiderio] me lo rimuove la società

in risposta alla mia osservazione che secondo una certa corrente psicanalitica noi siamo macchine che producono desiderio. ma è colpa mia che forse sparo troppe cartucce, e continua:

scatta un campanello d’allarme al paragone tra sessualità ed escrementi: la sessualità come cosa brutta, schifosa, vergognosa e similmente gli escrementi come cosa brutta, schifosa e vergognosa. è curioso e mi fa infuriare tantissimo il fatto che sesso ed escrementi siano due cose che la cultura e la civilizzazione hanno relegato nella vergogna e nel segreto, pur essendo funzioni organiche, vitali. ma questo è un altro discorso ancora.

volo pindarico: l’anonimo passa dalla vergogna della sessualità a commentare in modo equivoco una mia foto in cui sono s/vestito per la Parata: “mi dispiace che qui sopra è pieno di gente seminuda” (e quindi?). ma considerando le frasi globalmente giustifico il commento pensando che magari il suo è solo eccessivo prudore – d’altra parte non tutti hanno l’impudenza come il sottoscritto di andare in giro senza maglietta, non ancora purtroppo. lo so, sto difendendo l’indifendibile, anche perché avrei potuto rispondere chi cazzo ti ha chiesto alcunché. nella foto in questione in effetti sono seminudo e in testa ho un cerchietto con orecchie di plastica rosa shocking – col sole pomeridiano di giugno a picco in mezzo a centinaia di migliaia di persone mi pare anche legittimo spogliarsi un minimo.
ma solo a posteriori mi rendo conto pienamente del fatto che questo anonimo trova scandaloso, e quindi forse è anche attratto?, dal fatto che io offra allo sguardo un corpo mezzo nudo e ornato con oggetti culturalmente iscritti al genere femminile. come se la nudità, anche intera, fosse qualcosa di cui vergognarsi. figuriamoci poi la nudità che devia dal maschile per avvicinarsi al femminile. la nudità: altro concetto forzato sotto la categoria della vergogna insieme a sesso ed escrementi.
altro paralogismo dunque: agli occhi dell’anonimo la nudità coincide sempre e necessariamente con il sesso e quindi dev’essere vissuta come vergogna, in ossequio ai precetti più deleteri del decoro. con questi passaggi mi pare evidente che lo sguardo dell’anonimo voglia allo stesso tempo penetrare e mettere sotto controllo il corpo altrui. patriarcato, semplicemente, non ho scoperto nulla di nuovo. ma ora lo vedo all’opera. costui non differisce molto dal molestatore che dice della donna molestata “mi ha provocato il suo abbigliamento”. no minchione avariato, non sono io che devo vestirmi, sei tu che devi ficcarti le mani nell’ano se ti prende la fregola; vai a fottere un frullatore. il mio corpo non vive per compiacere il tuo sguardo.

sguardo tossico che infatti alla mia risposta sull’occasione della foto svestito risponde:

la diagnosi del patriarcato dunque viene confermata da quell’aggettivo possessivo. ora sono vigile ed esplicito il percorso che mi ha portato dove sono.

si parla di monogamia, e io affermo la mia posizione al riguardo che è di netta opposizione all’istituzione, in quanto a mio modo di vedere limita gli impulsi e i desideri dell’essere umano. l’anonimo non concorda, ma allo stesso tempo confessa qualcosa di completamente opposto alla concezione dell’amore come teleologia:

altro campanello d’allarme: l’anonimo si sente un pervertito perché ha confessato di voler fare sesso, e perdipiù gay diocenescampi! sessuofobia addirittura? allora mi sorge il dubbio che forse si è scoperto da poco? (giustificare l’ingiustificabile) no, affatto. allora rimango seriamente interdetto. perché ha questa brutta concezione del sesso? ma soprattutto, ora che rileggo tutto, perché ho continuato a combattere contro un mulino a vento che chiaramente dava segnali equivoci? ma siamo quasi giunti all’acme.

questo non è un campanello d’allarme, questo è un vero e proprio campanile antincendio! chiedo spiegazioni: dunque se non trovi qualcuno con cui allacciare una relazione monogama hai fallito addirittura l’intera esistenza? ed ecco che il vulcano erutta:

ammutolisco e voglio chiudere la conversazione. ma lui imperterrito continua, così non riesco a dire altro che parolacce, perché sono sconvolto, non ragiono più lucidamente. ho oltrepassato il mio limite.

da notare il paradosso della mentalità omofoba, che si ritrova come base della matrice eteropatriarcale: il molestato che deve tenere in conto le idee del molestatore, l’oppresso che deve tenere in considerazione le idee del potente, lo schiavo che deve avere riguardi nei confronti del padrone. eccolo il cuore dell’omofobia interiorizzata. finché noi queer non demoliamo la morale eterosessuale, finché non smetteremo di cercare compromessi con il regime discorsivo eterosessuale, finché non ci rendiamo conto che i desideri e gli affetti del corpo non possono essere normati, non saremo mai liberi.

l’episodio mi ha portato ad aumentare il livello di guardia nei siti di incontri. volevo cancellare il mio profilo su quel sito, ma sono riuscito a riflettere, grazie anche all’appoggio di un amico speciale, che non devo farmi cancellare dal deteriore: l’orgoglio di esistere fuori norma va urlato, e il dolore di noi periferie malate mentalmente è il carburante che deve alimentare il nostro essere favolosamente frocie.

abbraccia la fine

vogliono riscontri positivi;
fingili: non c’è altro modo.
sorridi al loro deserto.
ogni cosa giunge alla fine,
non è confortante, amico?
loro non vogliono sapere,
ma sei il gene dell’anatema,
mangi l’argomento proibito
e ne guarisci. sei distruzione,
il silenzio, e la fine, amico.
non possono vincere
l’abitudine a morire.

hai già scudo e spada:
pensiero di morte e rovina.
hai già l’arma invincibile:
annullamento delle cose,
pace senza fine del niente

abbraccia la fine in te!

cambios de nombre

A los amantes de las bellas letras
Hago llegar mis mejores deseos
Voy a cambiar de nombre a algunas cosas.

Mi posición es ésta:
El poeta no cumple su palabra
Si no cambia los nombres de las cosas.

¿Con qué razón el sol
Ha de seguir llamándose sol?
¡Pido que se llame Micifuz
El de las botas de cuarenta leguas!

¿Mis zapatos parecen ataúdes?
Sepan que desde hoy en adelante
Los zapatos se llaman ataúdes.
Comuníquese, anótese y publíquese
Que los zapatos han cambiado de nombre:
Desde ahora se llaman ataúdes.

Bueno, la noche es larga
Todo poeta que se estime a sí mismo
Debe tener su propio diccionario
Y antes que se me olvide
Al propio dios hay que cambiarle nombre
Que cada cual lo llame como quiera:
Ese es un problema personal.

_______________________

Nicanor Parra

a coloro che verranno

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939

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