Il progetto

Aspettava l’alba ma non se ne accorgeva, tanto lentamente passava il tempo davanti allo schermo del computer.

L’altroieri non ebbe il tempo di stare a sentire cosa quel pazzo di Jack gli stava dicendo al telefono perché, al momento di accendere la lavatrice, era ritornata con la mente a quel pomeriggio di molti mesi fa; quando sentiva che la mente era in quello stato poteva anche dimenticarsi di mangiare, tanto si cullava nei ricordi salati di quell’inverno. Spesso aveva amato la consapevolezza di essere sua, nel senso fisico dell’espressione. Ma a lungo andare non sentiva le stesse cose che lui voleva farsi dire. Allora erano cominciate le battaglie e le ripicche, precedute in buon numero da recriminazioni.

Era l’ora della tisana; o meglio, sarebbe stata l’ora di andare a dormire, che era quello di cui aveva più bisogno; ma il progetto doveva essere finito. Non era nemmeno a metà dell’illustrazione, e per un esame di quel genere ci sarebbero volute moltissime notti ancora. Ma non sembrava pesarle molto, agli occhi di tutti quelli che ho visto ero una strafiga, cazzo, mi ammiravano anche i gay, pensò contenta di se stessa. Ma non era questo l’importante in quel momento, l’orologio sembra dire che se rimango in piedi altri dieci minuti finirò col non svegliarmi in tempo per prendere il treno.

Stava riemergendo da un sogno strano, a tratti erotico. Quel gran pezzo di fregno me lo stava a offrì, e io? Mi sono svegliata, si disse appena aprì gli occhi. So na cojona, molto semplicemente. Meglio andare a far colazione, così non penso a questo stato di astinenza che mi sta mandando fuori di testa. Era tornata a Roma per un fine settimana in cui Mary l’aveva invitata a casa sua per uno di quei festini leggermente esagerati che amava dare. Sapeva che sarebbe stato dannoso per la sua salute e per il suo progetto; ma anche pensare sette giorni su ventiquattr’ore a una cosa sola era più di quanto sapesse sopportare. E anche provandoci, non ci sarebbe riuscita: le era necessario scolarsi una birra fresca di tanto in tanto; distrazioni settimanali in vista di una consegna importante erano fondamentali per un buon risultato, e questo sentiva che era ormai molto vero.

Se colorassi di verde questa parte verrebbe più vivo, pensò per caso mentre stava finendo il ricamo del vestito della donna. Un tono più brillante ai bordi della gonna darà più vivacità; potrei addirittura osare una trama? si chiese mentre dubitava della realtà sullo sfondo. Un giallo limone, banale come una riproduzione di Van Gogh e neanche lontanamente avvicinabile, che chiedeva di essere mutato in qualcosa di più sfumato o caldo, ecco ciò le serviva. Vaffanculo, avrei dovuto prendere più rosso, disse maledicendo quell’ispirazione che era venuta improvvisamente in un battito di ciglia finte – quelle che si era tolta un’ora prima. La festa a casa di Mary era stata divertentissima, aveva bevuto piacevolmente parecchi bicchieri di vino mentre scherzava di gusto con un bel ragazzo, e sulla strada di ritorno verso casa si era accorta di una donna che passeggiava casualmente per strada, come lei, in quell’ora tarda della notte (o presto del mattino). Folgorata dalla visione sfocata, aveva visto in quella sagoma femminile praticamente nulla di reale, ma l’immaginazione era schizzata mille galassie lontano da quella fredda notte autunnale: prese a correre per fermare più a lungo possibile quell’immagine di “Madonna della notte” – il titolo che avrebbe potuto dare a quel quadro; ma giunta a casa era a corto di fiato (cazzo, ho fumato troppo anche stasera) e la tavolozza  era piena di colori freddi, abbastanza inutili dal momento che voleva fare qualcosa di straordinario dando alla figura sulla tela un’aura materna quindi accogliente.

Si figurò che doveva ancora fare la spesa, e i suoi migliori amici sarebbero arrivati tra poco. Ma non ce la faceva, doveva rinunciare.

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