Erinni

Non ci pensavo, era solo un’eventualità remota in quel momento, con quella coperta sotto le gambe e un rivolo di sete che non si placava da quel pomeriggio. Sete di conoscenza, com’è ovvio si dica in questi casi, di conoscenza di quel futuro importante che si sarebbe dipanato nelle dodici ore successive. Quali i rischi corsi, quali le opportunità di carpire il segreto di quei sorrisi? Fantasie come evanescenti si nascondevano dietro la salvezza di un’altra vita, distante, come una rosa che non vuole essere colta si ricopre di spine; bella ma intoccabile, vicino ma più remoto di Nettuno.

Ecco dove avevo sbagliato in tutti quei momenti: pensavo di dover per sempre essere in quello stato di felicità, mentre in realtà non durava che pochi minuti. Era davvero così poco lo spazio e il tempo che ci avevano messo a disposizione? Sembrava che le ore volassero, e i respiri duravano il tempo di un sonno pesante – d’altra parte ogni due secondi trattenevo il respiro poiché ricordavo a me stesso cosa veramente stessi portando avanti, il luogo di memoria dove mi ero infilato a forza. Mi sembrava che ogni ora della mia vita fosse divisa in tre piani sovrapposti, tra i pensieri che mi ero proibito, i pensieri che potevo permettermi di assecondare a briglie più o meno sciolte e i pensieri che avrei dovuto ingurgitare come acqua secondo le aspettative di chi mi circondava.

Ecco che tutti gli elementi della natura si ritrovavano a condividere un corpo che non voleva che silenzio: il fuoco del peccato, l’aria della felicità spicciola, l’acqua della costituzione umana e la terra da cui sembrava mi sollevassi quando provavo a posare gli occhi su di lui. I soliti pensieri egocentrici squillavano allegri e noncuranti  come corvi nei cieli grigi sopra la mia testa, e probabilmente riflettevano cristallinamente, perfino dopo tutti questi anni passati a fare ammenda di un comportamento quantomeno instabile, l’acre volontà del fanciullino che vive in me di essere compiaciuto per ogni capriccio che gli venga in mente.

Non c’era via di scampo, sembra, a tutti i modi di sognare che avevo minuziosamente costruito mattone su mattone, lacrima dopo lacrima, sorriso al cielo dopo sorriso al cielo. L’unico che mi capiva in effetti sembrava essere il tempo atmosferico, alle cui lagnanze occasionali mi accodavo frignando per qualcosa che non sarebbe mai successo – e quando il sole spuntava dimenticavo l’impossibilità di entrare materialmente nelle mie fantasie e dimenticavo tutto, crogiolandomi come le lucertole che hanno appena perso la coda si consolano gonfiando la bocca di aria e ascoltando il calore della pelle esposta ai raggi.

Eppure quei bagni di luce erano l’unico motivo per cui mantenevo ancora in vita le illusioni insane che mi procurava il contatto con l’aroma degli uomini; non credo avrei mai potuto capire cosa si celava dietro quel sospetto che avvertivo da un’inclinazione particolare della sua voce, dall’esitazione dei movimenti, dalla fissità del suo sguardo. Mi dicevo che forse tutto ciò non era così evidente come per me che studiavo ogni minimo particolare pur di non guardarlo in faccia e diventare rosso per la vergogna; ma poi la sensazione che mi provocavano quei gesti acquistava il significato di una certezza più che una confessione a voce alta, e quindi ripiegavo il mio mondo in due insieme a un qualunque fazzoletto di carta che serviva da rompighiaccio – seppur contento che qualcosa di me avevo lasciato in quell’anima, anche di segno negativo.

Non volevo in effetti sembrare uno di quelle persone prepotenti che ha un secondo fine, perché avevo valutato bene anche questo aspetto che mi aveva da subito dominato. D’altro canto era prematuro affidare la mia sola felicità a momenti di quel tipo così alto e breve, e la prova era la caduta di colore che le mie guance avevano quando si trovavano vicino a lui – il primo segno dell’innamoramento platonico, l’unico di cui ero capace. E per quel dicembre, non avrei potuto sperare di più.

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