Genealogia epentetica

Mi presento.

Mi hanno chiamato fin da quando posso ricordare con un nome germanico, e per lungo tempo non mi è piaciuto questo nome, per quanto nobile la sua etimologia; chiamatemi Edoardo dunque. La mia famiglia è il risultato della fusione di molte discendenze di braccianti del primo e secondo post-guerra che si sono ritrovate all’inizio del nuovo millennio con pochi avi e ancor meno memoria di esistere. Fin quando parto da queste premesse che pure mi rivolgono migliaia di domande da quando ricevetti – o sviluppai – la facoltà di ragionare all’indietro, non riesco a stare fermo, sebbene un frammento della storia familiare che risale al concepimento di mia nonna mi allargò, al momento della rivelazione, scenari di un tale sottile orrore esistenziale che mi proposi di non rimuginarci più, o almeno di non credere che quella fosse proprio la sorte capitataci per una specie di cattivo scherzo.

E’ meglio trovare una storia o inventarla? mi chiesi allora in quel giorno di agosto, poiché la curiosità dello storico occasionale che è in me era stata svegliata, e non capivo se preferivo appunto aprirmi a un inizio biblico, fantastico e costruito interamente a puntino su misura e a uso e consumo del mio volere presente, oppure continuare ad indagare per conto mio una volta che avessi conquistato capacità di persuasione più concrete di quelle di cui disponevo al momento. Chiunque mi conosca capisce che optai forzatamente, ma non troppo, per la prima opzione, creando intanto un sentiero ideale su cui far posare le polveri dei miei antenati per vedere le figure che si sarebbero spontaneamente disegnate, un po’ come l’incantesimo Prior Incantatio; volevo che mi si delineasse nella memoria, con l’ausilio della pragmatica storica e con un margine d’errore abbastanza ridotto, un percorso genealogico che scivolasse dagli anni almeno dell’Età Media (ambizioso come pochi) fino al 1920, fine della prima grande guerra e inizio di un’epopea privata, familiare ma conosciuta e risonante per le colline del Lazio in modo molto malandato e trascurato, come un incunabolo cui non si dedichino cure archivistiche solo per il criterio di non recare vergati i versi di un grande poeta dell’epoca, quale era la narrazione della mia famiglia, di natura più importante al mondo per me della saga degli Atridi . L’impresa è più facile a dirsi che a farsi, impossibile quasi certamente per via delle distrazioni quotidiane, ma in mente mi frullano continuamente sbattendo velocemente le une contro le altre, come colibrì affamati, idee e immagini collegate a un mondo di vestiti poveri, al limite dell’indigenza, di focolari domestici da fattoria, campagne arate a mano, utensili vecchi e tramandati da nonno a nipote, nebbia gelida e tronchi di acacia abbattuti per cuocere il pasto quotidiano dentro un calderone nero quipaggiato da un manico ricoperto di fuliggine incrostata, eredità di parte femminile a cura di nonne e figlie.

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