Preghiera

Una volta conobbi un ragazzo che prima di togliersi la vita scrisse questa lettera. La ritrovarono nella tasca dei suoi pantaloni, dopo aver sparato contro la sua tempia premengo il grilletto del fucile nascosto nell’armadio.

Chissà se qualcuno di voi mi verrà a trovare in futuro; sto andando in un luogo lontano.

Se state leggendo queste note, vuol dire che sono già partito. Immaginerete il motivo per cui abbia voluto affrettarmi e andarmene in punta di piedi, e sono sicuro che qualcuno tra voi, quelli che sanno, che ho amato e che hanno una vaga idea di cosa si provi a sperimentare quei dolori mi faranno un grande regalo piantando un albero per ogni anno che passa e attraverso cui riescono a resistere alla memoria – ciò che io non sono riuscito a fare. Come si dice, questo non è un addio definitivo; molti dopo di me e come me torneranno al niente da cui siamo venuti. Sarebbe poco il male causato dalla mia scomparsa, se non per il fatto che lascio in modo spaventoso una vita che mi piaceva davvero.

Devo confessare che a volte ho pensato alla mia morte, e scenari peggiori si sono succeduti nel corso degli anni; eppure di fronte alla scena che mi sono trovato a dover assistere non trovo modo migliore di lavar via la memoria. Non voglio ricordare. Questo è stato forse il male minore che ne è derivata, ma credo che il peggio sia solo iniziato. Posso dire almeno di essermi risparmiato il dolore ancora più atroce di vedere un mondo in cui regna la malvagità.

Né quando fui assalito né dopo che fui ritrovato – nessuno poteva aiutarmi. Anzi, ho opposto solo silenzio alle mani che mi porgevate; ma quello che non sapevate e che non potevate vedere era un muro solido che era stato eretto tra me e voi che cercavate una via per raggiungere la mia prigione; non c’era più modo per salvarmi. Un muro solido come il silenzio dei miei carnefici. Vi chiedo scusa. L’unica mia giustificazione, se mi è concessa, è che questo muro è stato costruito contro la mia volontà. So che migliaia, milioni di persone che neppure conosco si sono adoperati affinché questo non accadesse. Se solo fossi riuscito a superare quelle notti e dimenticare l’orrore di quella giornata… non volevo essere l’ennesima prova del fatto che ciò per cui qualcuno sta lottando è senza speranza. Sono l’ennesimo caso fallito, un seme da buttar via. Vi chiedo scusa.

Credo che neppure una malattia terminale sarebbe stata capace di portarmi via più di quanto mi è già stato tolto: in quegli istanti passati da solo, dopo il buio che mi ha avvolto, ho provato per un attimo a dare uno sguardo oltre la prigione che mi era stata costruita sopra: non ho visto nulla. Ho visto solo altro nero, pesto come questa morte, che in confronto non sembra tanto male; dopo aver ritrovato il coraggio di guardare per un attimo, ho visto una vita che piano piano sarebbe diventata un’esistenza vegetale, inghiottita da sabbie mobili.

Ogni volta che chiudo gli occhi, torno a vivere quei momenti, quei pezzi di memoria che sono diventati la mia condanna a morte. Non credo di essermi inflitto un’autopunizione, come non credevo, fino a pochi mesi fa, di poter toccare con mano la crudeltà che mi ha circondato e assalito in quel posto. Essere vivo e così introverso agli occhi degli altri era un male; e in mezzo agli altri non ho trovato altro che lunghe ore di isolamento. Ricordo ancora quando volevo confidare quello che provavo a chi diceva di amarmi; ricordo che ero pieno di speranza sostenuto dal pensiero di tutti quelli che prima di me ce l’avevano fatta, erano stati perdonati. Ora non sento più niente, ma per quello che posso ricordare fu al contrario un’esperienza che annullò tutto quello che sapevo, come l’amore materno. Ora so che è solo una favola.

Quando da ragazzino frequentavo il catechismo non credevo al diavolo, o almeno non ci credevo davvero. Mi sembrava solo una figura sì molto cattiva ma più simile a un ladro, che potesse avere ancora qualche lato buono nascosto da sfoderare e far prevalere alla fine. Mi ero illuso. Ho cercato fino all’ultimo un segno che mostrasse la volontà di accogliere me e i miei dolori da parte di chi mi aveva fatto del male. Quando crebbi iniziai a capire, ma ancora solo superficialmente, cosa volesse dire rappresentare un male così grande da ridurre una vita in una desolazione bruciata. Fino a poco tempo fa mi ero finalmente convinto di dover affrontare il diavolo e l’inferno, ma solo dopo la morte e a causa di ciò per cui sono nato. Ho invece ritrovato l’inferno a pochi metri da casa mia, vicino al luogo che ho tanto amato e che mi sembrava il centro di tutta la pace che si potesse chiedere.

Se penso al passato mi vedo al parco giocare da solo o con il viso serio, e mi chiedo se ancora, dopo tutti quegli anni, quelle cose accadevano, se qualcosa non fosse cambiato dentro le famiglie; speravo che qualcosa avrebbe spinto i genitori di quel bambino a capire e abbracciarlo ogni volta che fosse stato triste. Ma la mia unica consolazione erano i fumetti. Allora Topolino, Paperino e gli altri personaggi venivano in mio soccorso con le loro storie buffe e mi facevano tornare il sorriso. Ora vedo quanto sia difficile per i bambini essere se stessi e chiedere con gli occhi qualcosa che non sanno esprimere, essere accolti in un pezzo di cuore dalla loro famiglia anche se sono così timidi che balbettano di fronte a un rimprovero o si vergognano.

Non posso più tollerare il silenzio che provoca questa situazione, e se cerco di articolare un suono non trovo la forza necessaria ad esprimere altro che la paura. Le parole scivolano via, tutto è cenere. L’acqua che bevo, i cibi che mangio, l’aria che respiro mi intasa i polmoni con il sapore della cenere. Non merito questa vita, la sto sprecando dietro un vetro nero che non lascia passare alcun raggio di sole. Sto trattenendo le forze per compiere questo gesto, perché non mi rimpiangiate. Cercavo un posto migliore per il mio futuro, e l’ho trovato: un’altra vita.

Spero con tutto il cuore che un giorno un bambino che voglia giocare con le bambole non venga più deriso da nessuno. Il male peggiore, le ferite che più mi hanno spezzato l’anima sono state proprio quelle inflitte da voi. Ciò che volevo da quella vita che ormai non mi appartiene più è che qualcuno volesse giocare con me e la mia bambola.

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