Un libro per amico: El beso de la mujer araña

Con tutto il tempo libero che ho tra un’ora e l’altra di ripasso per gli esami dovrei sentirmi prigioniero come un trancio di tonno in scatola – praticamente non sto studiando affatto, ma la mia voglia di leggere e passare ore e ore in altri mondi ne trae un giovamento che ha qualcosa di ultraterreno, davvero. E pensare che se non fosse stato per alcune lezioni all’università non avrei mai scoperto il libro che ho appena finito di leggere.

El beso de la mujer araña nasce nella mia fantasia circa tre anni fa, quando nel bel mezzo del corso di Letteratura Ispanoamericana il professore menziona di sfuggita autore e libro, ed è la prima lettura non obbligatoria che finisco di leggere per davvero. Mi prende la curiosità di leggerlo perché uno dei protagonisti è un omosessuale in prigione sotto la dittatura argentina degli anni ’50. Il fatidico acquisto avviene circa un anno fa, o forse anche prima, insieme ad altri tre libri in lingua.

Manuel Puig - El Beso de la Mujer Araña

Fino all’altro ieri non mi sarebbe mai passato per la mente che avrei potuto finire queste trecento pagine in meno di tre giorni. È così intenso e ben scritto che il post-lettura assomiglia tipicamente a un post-sbornia con lacrime e tristezza incorporate. Avrei potuto andare avanti a leggere per un’altra settimana, e credo che questo sia dovuto a un espediente narrativo tanto semplice quanto efficace: il discorso diretto.

Non una parola di narratore compare nel libro, i protagonisti sono gli unici che intrecciano la storia come vogliono, rendendoli veri artefici del romanzo. E questo è una delle caratteristiche che più adoro in un romanzo: rarissima o nulla presenza dell’autore. Allo stesso modo di The Waves infatti, questo libro è costruito senza l’intervento di un narratore esterno. Siamo praticamente catapultati nella cella dove Molina e Valentín scontano la loro pena, siamo invisibili per loro ma partecipiamo alla loro conoscenza – siamo come Silente e Harry che precipitano in un tempo diverso ma non altro grazie al Pensatoio. Le parti in corsivo sono peraltro sono lo strato più alto dello sviluppo dell’intreccio, sembra una voce remota di sottofondo che non ha corpo, non è un narratore eppure si sente dalla risonanza che si tratta di qualcuno che sta scrivendo un diario dentro e con la propria memoria.

Manuel Puig è brillantissimo nella caratterizzazione dei personaggi che ci si svelano a poco a poco, con alcuni magnifici colpi di scena, e anche se a volte le spiegazioni o i flashback dei protagonisti “pesano” come necessari alla comprensione del lettore, sentiamo che tali digressioni non sono inverosimili o mere giustapposizioni per l’equilibrio narrativo anzi sono i precisi punti di svolta per cui insieme all’altro personaggio capiamo di cosa sia capace colui che si sta raccontando; in poche parole cresciamo insieme a loro.

Quello a cui dobbiamo prestare attenzione invece sono le storie che Molina narra a Valentín per intrattenerlo e distrarlo/distrarsi dalle lunghe ore di prigionia. Sono storie narrate nel modo in cui anche noi le narreremo, Non si sente affatto il passaggio dal romanzo alla narrazione, non avvertiamo mai e poi mai che la cella è una semplice cornice, mai la forbice rivela un modus operandi <<storia nella storia>>; è un fatto, e in ciò sta il merito migliore dell’autore, che non siamo mai astratti dalla cella in cui si trovano i due protagonisti ma sentiamo la voce di Molina che nella sua semplicità di puta intreccia nella sua tela Valentín e uno stuolo di lettori.

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