Lingua e Essere

copertina del libro Lingua e Essere

Ho appena finito questo bel saggio, che evidenzia la necessità di ripensare le società soprattutto attraverso lo strumento che usiamo tutti i giorni tutto il giorno: la lingua di comunicazione. Infatti come scrive l’autrice, riprendendo David Foster Wallace “”La lingua per gli esseri umani è come l’acqua per i pesci.”

ma anche come scrive Anand Giridharadas: “il modo migliore per essere al corrente di un problema è esserne parte”.

ogni persona ha il diritto d’essere poliglotta
e di conoscere e di utilizzare la lingua
più appropriata al suo sviluppo personale
o alla mobilità sociale
Dichiarazione Universale sui Diritti Linguistici

Metto in evidenza parti del testo che a mio avviso costituiscono punti salienti del testo:

“La consapevolezza dei nostri limiti relativizza le cose che noi presupponiamo senza conoscere.

quando riconosco i limiti della mia stessa percezione, in me scatta l’umiltà. Umiltà di fronte al mondo che io osservo solo dal mio limitato punto di vista.

La limitatezza della mia percezione però è anche uno stimolo – mi mostra quanto ancora posso imparare, assimilare e capire.

è possibile guardare in profondità osservando quale valore assegniamo a quali lingue.

LA LINGUA è POTERE. E POTERE SIGNIFICA RESPONSABILITÅ.

Forse la consapevolezza avveduta e senza pregiudizi della nostra nullità è una delle poche verità che possiamo comprendere nella sua totalità. La nostra aciziyet.

Percepiamo i muri e i limiti della lingua solo quando non funziona più, solo quando ci costringe.

La lingua è allo stesso tempo ricca e povera, limitata e ampia, libera e carica di pregiudizi come lo sono gli esseri umani che la utilizzano.

la lingua è un’arma […] e lo è troppo spesso senza che chi parla ne sia consapevole.

Noi bambini che viviamo in diverse lingue vediamo nella società alzarsi muri che con ogni probabilità non sono neanche visibili per la maggior parte di coloro che parlano esclusivamente la lingua dominante.

siamo consapevoli di poter esistere nella nostra interezza solo da entrambi i lati. Di aver bisogno di tutte le nostre lingue per essere.

per le persone marginalizzate parlare non ha a che fare solo con la forma, il pensiero, ma anche, sempre con la questione dell’appartenenza.

Noi, gli stranieri, cresciamo in una lingua di cui non siamo considerati dei parlanti [quindi cittadini, aggiungo io]. In una lingua in cui i nostri punti di vista non ci sono, ma si trovano solo i punti di vista di coloro che parlano di noi. Nel cui potere sta la possibilità di categorizzarci, marcarci, metterci da parte.

Come si può scrivere e parlare in una lingua, in una società che riduce colui che parla a un’unica sfaccettatura del proprio Essere – umiliandolo, disumanizzandolo?

Invece di supplicare, di pregare che ci facciano posto, dovremmo essere noi a prendercelo.

Denominare le cose, ordinare gli eventi, dare un senso alla vita, questo non era […] solo il regno degli uomini, ma era un elemento fondamentale del loro potere. Chi spiega il mondo? Chi descrive, chi viene descritto? Chi dà i nomi e chi li riceve?

Se ci permettiamo di assolutizzare la prospettiva di uno solo, cerchiamo il dominio linguistico sugli altri.

Chiamare gli esseri umani come vogliono essere chiamati non è questione di gentilezza e neanche simbolo di correttezza politica o di un atteggiamento progressista – è semplicemente una questione di decenza umana.

Tutti gli esseri umani sono affetti da pregiudizi e limitati nelle proprie esperienze. Quando però alcune prospettive – per esempio quelle delle e degli europei bianchi o delle e degli nordamericani – vengono privilegiate rispetto alle altre, quando quelle prospettive limitate conquistano un diritto egemonico, le altre prospettive ed esperienze perdono il loro diritto di validità.

tuttavia, nei momenti in cui le prospettive dominanti e la loro presunta universalità vengono analizzate criticamente e contestate, si trema.

I dominati denominano i dominanti e palesano non solo quanto possano essere particolari e opprimenti i punti di vista, che invece si credono neutri, bensì rendono evidente lo stesso principio di attribuzione.

così, i vecchi uomini bianchi – forse per la prima volta – vengono ricondotti a una tipologia che li generalizza: privilegiati che non intendono mettere in discussione i propri privilegi, contrari a posizioni femministe e antirazziste.

#SchauHin #gridalo #metoo #youknowme #metwo

[con questi hashtag] ciò che prima era visibile solo per coloro che ne erano colpiti, ora diventa visibile anche per coloro che non ne sono coinvolti: razzismo. Sessismo. Nel bel mezzo della vita quotidiana. Ogni giorno. In tutto il paese.

Nella nostra società molta gente può andare in giro ed essere semplicemente se stessa. Può essere sgarbata, arrabbiarsi, dare libero sfogo alle emozioni senza che ne venga tratta una conclusione universale riguardo tutti coloro che le assomigliano o che praticano la sua stessa religione.

Solo se smettiamo di rispondere alle domande sulla donna musulmana, solo se possiamo essere ambigui, ricchi di sfaccettature e non compresi, possiamo essere umani e liberi.

La donna, quella non si può descrivere. Non senza citare il patriarcato, il sessismo, il razzismo e tutte le altre costruzioni di potere che cercano di regolare la nostra convivenza.

Parliamo veramente quando siamo solo […] comparse di un dibattito che ci bolla come stranieri, ci fissa attraverso lenti scolorite e distorte? Parliamo quando possiamo esprimerci solo su temi dati, entro limiti rigorosamente prestabiliti?

Non parliamo se dobbiamo farlo in vece di un collettivo.

Credo che proprio in questo consista l’arte: non spingere gli esseri umani a capire le cose in modo da poterle riferire a sé. […] Semplicemente non riesci a capirlo, perché lì dietro c’è un processo, una vita. Come pretendi di poterlo capire?

I bambini imparano gli stereotipi già in età prescolare. […] Etero-stereotipi distorti dell’altro diventano immagini del sé e definiscono l’orizzonte delle sue possibilità. I confini del suo essere.

Sulle giovani donne – soprattutto quando portano il capo coperto – grava più esplicitamente la pressione di una rappresentazione. Chiunque si sente autorizzato a giudicarle. […] Qualsiasi cosa faccia o indossi, in qualunque modo esista, viene analizzata, giudicata, condannata. Classificata, catalogata, privata della propria polivalenza, disumanizzata.

La richiesta di comportarsi in ogni situazione “in modo esemplare”, di mostrarsi ineccepibili, impregna la nostra quotidianità e ci disumanizza. Perché sono prima di tutto i nostri errori e le nostre particolarità a renderci umani.

Ogni essere umano è composto di molte parti che si muovono in continuazione. Credere che ci sia “un’identità ininterrotta è un’illusione pericolosa.”

Se puoi conservare la tua identità solo attraverso l’immagine di un nemico

Per questo non è neanche possibile che una generazione di giovani degeneri in addetti stampa della categoria che è stata loro assegnata.

Degli individui dirò che un individuo muore quando smette di essere sorpreso. Ogni mattina io mi sorprendo di nuovo quando sorge il sole. Quando vedo una cattiva azione, non rimango indifferente. Non mi abituo alla violenza in cui mi imbatto; rimango sempre sorpreso di fronte a essa. Per questo io sono contro, per questo posso opporle la mia speranza. Dobbiamo imparare a sorprenderci, a non adattarci. Io sono la persona meno adattabile della società.

Nel momento in cui un essere umano prende coscienza delle rappresentazioni che lo influenzano e decide di non arrendersi a quel modello, la sua strada comincia a spianarsi.

La lotta per le verità assolute è diventata una macchina per attirare l’attenzione. […] questa battaglia per delle verità definitive riguardo un intero segmento di popolazione non ha alcun senso. Ristagniamo. Come società. E gli abusi? Quelli continuano.

Non devo loro un’esperienza educativa.

Non sono un clown, non sono lì per il vostro divertimento.

Troppi tra gli addetti delle redazioni e tra coloro che fanno informazione evitano di prendersi la responsabilità del loro lavoro. Perché queste discussioni in cui si affronta il diritto di esistere degli esseri umani per loro sono solo discussioni. Solo parole. Un semplice gioco. Eppure una parola “non è mai solo una parola”. Ogni singola parola ha conseguenze.

Anche solo la coscienza che esistano opinioni negative sul proprio gruppo sociale influisce sulla capacità di rendimento degli individui.

La funzione più seria del razzismo è distrarci. […] Ti tiene lontano dal lavoro. Ti costringe a spiegare, ancora e ancora, la ragione della tua esistenza.

Non tutti vedono le trincee che l’abuso scava nella nostra società, perché spesso accade in posti che i privilegiati non vedono, così riconoscono i problemi solo quando ne sono colpiti in prima persona. L’esperienza degli altri, il loro sapere, ha meno valore.

I poveri del mondo, gli emarginati, sono loro a conoscere la faccia più odiosa del cambiamento climatico, del capitalismo, della spinta al consumo, dei social media. Talvolta è tragicomico vedere come i privilegiati rimuginino sulle sfide del futuro e nello stesso tempo ignorino coloro che da tempo vivono quelle sfide, che da tempo ne parlano e ne scrivono.

Non possiamo come società nel suo complesso ignorare l’odio. Dobbiamo richiamare all’ordine la misantropia. Non possiamo tollerarla ed elevarla a “idee” che rivitalizzano il dibattito, ma dobbiamo chiamarla con il suo nome: razzismo. Estremismo. Misantropia. Fascismo. L’odio non è un’idea.

L’odio è sotto gli occhi di tutti, devono solo guardarlo. Non dobbiamo vedere le persone soffrire per riconoscerle come esseri umani.

Non devo rivelare la mia esperienza, raccontare la mia storia perché gli altri mi riconoscano come essere umano. […] Tu mi devi rispetto e autodeterminazione sul mio corpo.

Alla fine ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.

Chi odia pensa di avere il diritto di odiare. E noi reagiamo alle loro provocazioni, […] e in questo modo li individuiamo come nostri interlocutori.

Come possiamo impedire che le destre strumentalizzino la nostra indignazione per i loro scopi?

Islam, razzismo, diritti delle donne e femminismo, emigrazione e rifugiati – questi sono, certo, temi che polarizzano. No. Non sono questi temi di per sé a polarizzare, lo diventano solo quando si fomenta l’odio, […] quando il dibattito pubblico viene adeguatamente indirizzato in questo senso.

Essere ridotti a una categoria. Questa esperienza è anche il motivo per cui il concetto di vecchio uomo bianco fa andare su tutte le furie chi è chiamato in questo modo. La loro reazione dovrebbe funzionare come uno specchio in cui improvvisamente riconoscono quanto è svilente e umiliante per un essere umano essere guardato dagli altri come una semplice categoria.

Alzano gli occhi al cielo quando qualcuno si azzarda a parlare di valori e di morale. No, quello lo fanno solo i buonisti.

Il fatto di non usare consapevolmente concetti di destra può essere già un atto di resistenza. Resistenza contro lo sguardo sul mondo indirizzato dalla loro ideologia macchiata di odio, disumanizzazione e barbarie.

l’inesattezza linguistica aiuta a mantenere lo status quo razzista. Lo fate quando per esempio non riuscite a pronunciare il termine “razzismo” perché di fronte a quella parola trasalite. Quando agite così, è un indizio del fatto che preferite ignorare il razzismo e non chiamarlo con il suo nome. […] ogni qualvolta, invece di parlare di razzismo, parliamo di xenofobia.

Mentre gli estremisti di destra si si camuffano da underdogs, da coraggiosi, marginalizzati, esclusi, poveri, compassionevoli rappresentanti della “povera gente” e del “vero popolo”, intanto creano nuove realtà.

Ordinare e categorizzare il nostro ambiente aiuta noi esseri umani a individuare modelli, a prendere decisioni rapide e a reagire per esempio alle situazioni di pericolo. […] Quando però le categorie che costruiamo per comprendere il mondo diventano gabbie? […] è la fede nell’assolutezza che trasforma le categorie in gabbie. […] La superbia di credere di poter comprendere una volta per tutte un altro essere umano nella sua complessità.

Nessuna singola persona, nessuna società può avere la pretesa di raccogliere in sé tutto il sapere. Però questa pretesa esiste. […] E così non ci rendiamo mai conto che la nostra prospettiva è limitata.

Finché rimane intatta la loro fede nell’assolutezza della loro percezione, questo tipo di curiosità [per l’Altrǝ] non è altro che una parte dell’ispezione dei nominati. Un modo di esercitare potere.

Non tutte le curiosità sono uguali. Non tutte le categorie sono uguali. È la fede nell’assolutezza che la fa differenza. È la fede nell’assolutezza che sottrae all’oggetto di quella curiosità la sua umanità.

Ambizione all’universalità contro Coscienza della prospettiva, […] secondo cui […] è possibile solo guardare in prospettiva, non obiettivamente.

Come si traduce questo pensiero? […] Thomas Bauer propone il concetto di ambiguità culturale […] quando vengono accettati contemporaneamente significati diversi per un fenomeno, laddove nessun significato può rivendicare un valore esaustivo.

Come funziona il parlare liberi?

“The danger of a single story [di Chimamanda Ngozi Adichie] racconta che cosa si fa con un continente intero quando si costringe in un’unica narrazione.”

[Mi vengono in mente due esempi opposti: l’Africa, percepito come un continente interamente povero e abitato da poverissimi, e l’America, che da continente è stata trasformata in sineddoche per indicare gli Stati Uniti = un esempio di imperialismo linguistico.

“Il problema dei cliché non è che sono falsi, ma che sono incompleti. Rendono un’unica storia la sola storia possibile”. Quando una sola storia domina la percezione di un intero gruppo di persone, gli esseri umani scompaiono come individui. […] Una verità diventa l’unica verità.

Come può [un essere umano] esistere in una lingua in cui non è previsto come parlante?

Fare posto a una nuova percezione. Non per spiegarla ad altri, ma per seguire il bisogno di esprimermi, per me stessa. Non per essere capita, ma per esistere.

Parlare liberi presuppone che la propria esistenza, la propria umanità e il proprio diritto di esistere non siano messi in discussione, che non ci sia niente da difendere e niente da dimostrare.

Come cambierebbe la percezione della nostra società, se la osservassimo e la descrivessimo esclusivamente con lo sguardo degli individui minacciati dalla povertà?

è proprio la continua molteplicità di prospettive che fa la differenza. Un nuovo racconto – l’eccezione – non basta.

Se noi – che siamo in mostra nel museo della lingua – smettiamo di parlare per renderci comprensibili, ma parliamo per essere. Indipendentemente dal fatto che ci comprendano oppure no: se non guardiamo più a noi stessi con gli occhi degli altri, allora siamo liberi.

Io sono consapevole dei limiti della mia conoscenza e della mia percezione. Noi Altri acquisiamo questa capacità.

Solo quando ci libereremo della nostra pretesa di assolutezza, solo quando non ci sarà nessuna prospettiva che dominerà sulle altre, […] solo quando tutti potranno parlare liberi indipendentemente dall’origine, dall’etnia, dal corpo, dalla religione, dalla sessualità, dal sesso, dalla nazionalità. Solo allora tutti potremo essere.

La terza generazione vuole decidere, come tutti gli altri, che cosa viene portato a tavola e chiede conto delle regole del desco.

Perché un giovane uomo di colore si deve accontentare, silenzioso e riconoscente, di poter avere un’esistenza qui – invece di avanzare, come i giovani uomini bianchi, richieste politiche, di criticare la società e proporre cambiamenti strutturali?

quei problemi non sono i loro, non sono altrui, non sono esterni, ma sono i nostri problemi.

chi intendiamo quando parliamo dei “nostri” figli?

questo conflitto tra aspettativa e realtà porta dritto all’agitazione.

la maggior parte dei conflitti del nostro tempo riguarda in fondo la realizzazione dei nostri ideali.

rientrare nelle posizioni al centro della società per tutti non è la meta della svolta culturale, ma solo l’inizio.

Il cambiamento è inevitabile – un pensiero che in molti scatena anche paure. Del diverso che ci cambia.

Che aspetto avrebbe però un mondo in cui nessun essere umano sia discriminato per il colore della pelle, per il proprio sesso, per la religione o la classe sociale, per il proprio orientamento sessuale? Un mondo in cui gli esseri umani prendano solo ciò di cui hanno bisogno? In cui consumino solo quanto la terra riesce a sopportare? In cui il benessere di uno non si fondi sullo sfruttamento e la disumanizzazione dell’altro? […] una società più giusta non capita così a un certo punto. […] verrà costruita dall’azione consapevole di persone che agiscono collettivamente in tal senso.

Nelle discussioni sulla giustizia sociale coloro che ne subiscono le storture si ritrovano spesso nel ruolo di disturbatori. Nel momento in cui danno un nome alle ingiustizie, diventano loro stessi un fastidio.

Porre le domande giuste e di senso è la vera sfida di un’epoca in cui noi ci intratteniamo con domande assurde e ce ne facciamo trattenere.

Dietro ai sintomi è necessario che ci sia la consapevolezza di quali siano le cause strutturali […]. La consapevolezza del fatto che ci sia uno schema discriminatorio, che lega l’antisemitismo, il razzismo antimusulmano, il sessismo e l’abilismo. […] questa è l’esigenza dell’INTERSEZIONALITÅ.

Che cosa hanno in comune questi abusi?

Per una riflessione simile abbiamo bisogno di altri spazi di discussione. Dove sono però i luoghi in cui pensare pubblicamente ad alta voce? […] Abbiamo bisogno di luoghi in cui poter pensare […] quanto non sappiamo ma vogliamo discutere.

Pensare in modo grande, radicale e ad alta voce.

Questo presuppone che tutti i partecipanti abbiano rinunciato alla loro pretesa di assolutezza e abbiano rinunciato alla loro pretesa di assolutezza e abbiano riconosciuto la propria fallibilità. […] una forma di riflessione che si basa su un processo di interpretazione cooperativa, che rimane mutevole e non concluso.

Possiamo avere opinioni diverse e amarci comunque a meno che il tuo dissenso affondi le sue radici nella mia oppressione e nel rifiuto di riconoscere la mia umanità e il mio diritto di esistere. […] Per pensare insieme e ad alta voce, abbiamo bisogno anche di regole e limiti.

è una domanda che ha un qualche reale rilievo per la società? è costruttiva, ci fa andare oltre nel ragionamento? o ha l’unico scopo di diffondere paura e impotenza?

Siamo esseri umani. Faremo degli errori. Feriremo e saremo feriti. Solo se però non rimarremo inchiodati per sempre su una posizione, se non vincoleremo noi stessi e gli altri a una prospettiva fissa, potremo progredire insieme. Senza errori non avremmo imparato mai a camminare, parlare, leggere o scrivere. Solo grazie a questi errori umani impariamo a conoscere il mondo e noi stessi.

La libertà di diventare.

Ogni nostra azione è un compromesso tra i nostri ideali e la realtà in cui viviamo.

questo mondo, per come è oggi, non è giusto – per quanto possa essere accogliente per alcuni.”

Come riflette l’autrice a pag. 218, i concetti di islamofobia/omofobia sono quantomeno problematici perché si tratta di comportamenti o atteggiamenti che attuano una mentalità, non si tratta di disturbi clinici.

Di seguito un elenco di persone notevoli citat dall’autrice (i collegamenti rimandano a pagine che meglio le descrivono):

Jhumpa Lahiri

Navid Kermani

Onejiru

Elif Şafak

Emine Sevgi Özdamar

Mehmet Akif Ersoy

Nazik al-Mala’ika

Maya Angelou

Orhan Pamuk

Hafez

Audre Lorde

Ellen Kuzwayo

Noémia de Sousa

Leyla Zana

Bejan Matur

Robin Wall Kimmerer

Kurt Tucholsky

James Baldwin

Miranda Fricker

Betty Friedan

Dale Spender

Rosa Luxemburg

May Ayim

Grada Kilomba

Caroline Criado Perez

Paul Celan

Semra Ertan

Vinda Gouma

Sara Yasin

Anja Saleh

Noor Tagouri

Mipsterz

Robin Thede

Max Czollek

Hrant Dink

Abraham Joshua Heschel

Jiddu Krishnamurti

Anna Dushime

Vanessa Vu

Margarete Stokowski

Myriam François

Claude Steele

Toni Morrison

Hatice Akyün

Mely Kiyak

Anne Wizorek

Amina Yousaf

Osman Faruqi

Walter Lübcke

Busy Philipps

Sara Locke

Dietrich Bonhoeffer

Martin Luther King jr.

Noah Sow

Tupoka Ogette

Victor Klemperer

Thomas Bauer

Nāṣīf al-Yāzigī

Chimamanda Ngozi Adichie

Humberto Maturana

Gloria Boateng

Viet Thanh Nguyen

Esra Karakaya

Kartina Richardson

Ghayath Almadhoun

Aladin El-Mafaalani

Adam Clayton Powell jr.

Naika Foroutan

Marie Shear

Erik Olin Wright

Rainer Maria Rilke

Carolin Emcke

Kimberlé Williams Crenshaw

Yael Bartana

David Bohm

Robert Jones jr.

Roxane Gay

Anand Giridharadas

Ampliamenti, note, approfondimenti:

Cinque lingue che potrebbero cambiare il modo in cui guardi il mondo (inglese)

la biografia di Daniel Everett, che dopo aver vissuto decenni fuori dalla cultura occidentale, è diventato ateo (inglese)

Una remota tribù amazzonica ha sconvolto la nostra comprensione della lingua? (inglese)

Signorine senza genere, chiavi barbute e lune femminee: il genere grammaticale delle parole influisce sulla nostra visione del mondo? (tedesco)

Lost In Translation: il potere del linguaggio di modellare il modo in cui vediamo il mondo (inglese)

sulla necessità di un’espressione (di genere) equa (tedesco)

Cosa fare? Parlare, ma come? Posizionarsi linguisticamente al posto dell’inerzia (tedesco)

Lann Hornscheidt – sito ufficiale (tedesco)

Exit Gender: abbandonare il genere e nominare la violenza strutturale: cambiare la propria percezione e la realtà sociale (tedesco)

associazione Heart: “per un mondo in cui tutte le persone, compresi i musulmani, sono libere dalla violenza sessuale e prosperano nelle comunità in cui vivono, lavorano e pregano”

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