La mano sinistra del buio

“Ci racconterete degli altri mondi fra le stelle – degli altri tipi di uomini, delle altre vite?” – grassetto mio – conclude Ursula K. Le Guin per bocca di Sorve Harth, invitando ə lettorə a inoltrarsi nel mare magnum di storie e mondi ALTRI nella complessa poiesi fantascientifica. Ecco la prefazione per mano dell’autrice stessa:

“Sono le parole a complicare e confondere. Ci viene chiesto ora di ritenere che l’unica utilità delle parole stia nel loro essere segni. I nostri filosofi, alcuni di loro, vorrebbero che accettassimo che una parola (una frase, un’asserzione) ha valore solo fintantoché ha un significato univoco e punta a un unico fatto comprensibile dall’intelletto razionale, solido dal punto di vista logico e, idealmente, quantificabile. […] L’unica verità che sono in grado di comprendere o di esprimere è, se definita secondo la logica, una bugia. Definita usando la psicologia, è un simbolo. Definita usando l’estetica, una metafora.”

Questa la bibliografia dell’autrice e questa la sua biografia in angloamericano.

Scoprire una scrittrice come Ursula K. Le Guin per me significa aprire una porta su un altro modo di costruire mondi. E per fortuna in questa edizione c’è anche una postfazione di Nicoletta Vallorani che amplia l’universo di senso creando una bibliografia ecumenica:

Il linguaggio della notte;

da La teoria della borsa delle storie: “La fantascienza propriamente concepita, come tutta la narrativa seria, per quanto divertente, è un modo per cercare di descrivere ciò che sta di fatto accadendo, ciò che le persone fanno e sentono realmente, come le persone si relazionano a tutto il resto in questa vasta matassa, questo ventre dell’universo, questo grembo di cose che saranno e tomba di cose che furono, questa storia interminabile. In essa, come in tutta la narrativa, c’è abbastanza spazio per tenere anche gli UOMINI al loro posto, al loro posto nello schema delle cose; c’è abbastanza tempo per raccogliere un sacco di avena selvatica e seminarla, e cantare al piccolo Oom, e ascoltare le barzellette di Ool, e guardare i tritoni, e comunque la storia non è finita. Ci sono ancora semi da raccogliere e spazio nella valigia delle stelle.”

“Genly Ai è maschio, ma impara a non esserlo.”

The Wave in the Mind;

I reietti dell’altro pianeta;

“una orgogliosa ripresa dell’androginia dell’Orlando di Virginia Woolf” […] “nella consapevolezza di quanto sia rilevante il viaggio tra i ghiacci – cioè in una natura non necessariamente amica – per determinare un processo di crescita doloroso e necessario.”

“È il bianco della balena che Achab non riesce a domare, ma anche quello di una natura – ambientale e organica – che si fatica a comprendere e ridurre ai percorsi razionali e lineari delle modalità di pensiero maschili.”

Una natura che è stata naturalizzata coattivamente in “composte dicotomie” dall’Uomo costrutto performante di Mascolinità, ma che non ha nulla a che fare con la sempreverde tendenza alla diversità. La natura è diversa e differente, dimostrabilmente queer. E nel mio piccolo immagino e penso che Ursula K. Le Guin intendesse davvero rappresentare storie d’altro genere.

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