Cronache, Diario, Fotografia

8 giugno: la parata di Roma

questo sono io che ridivento frocio per la Parata di Roma. questo sono io che dimostro cosa vuol dire per me essere frocio: mostrare e non aver vergogna di mettere a nudo le fragilità che mi hanno costruito, e che sono permanentemente visibili su questo corpo. eppure in trent’anni non mi sono mai sentito tanto libero e spensierato, quasi felice.

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Cronache, Diario, Fotografia, Linguae

1 giugno: la parata di Perugia

È iniziato giugno, il mese dell’orgoglio LGBTQ+ e proprio il primo giorno del mese c’è stata la parata in diverse città italiane, e io ho partecipato a quello di Perugia.

7000 presenze

La parata è sempre il momento più emozionante per la comunità perché finalmente ci spogliamo indossando il nostro vestito migliore e marciamo uniti ricordando le protagoniste delle prime lotte e i motivi per cui lottare ancora oggi per il riconoscimento della nostra esistenza fuori norma è ancora fondamentale.

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Diario, pephuka

shitposting .1, grindr edition

l’entitlement al giudizio di valore nei confronti di chi non corteggia con modi e battute ‘normali’ è schizzato in cima alla classifica dei beni di maggior consumo. dopo corpo e anima, è arrivata nei miei pressi la polizia conversazionale. e grazie a sta ceppa, si dirà, poiché non conosci né il paratesto né la prossemica il cervello viene alleggerito di un peso specifico di informazioni che può evitare di tenere in considerazione, e il sangue può rifluire in maggior quantità nei corpi cavernosi. così la va.

per esempio questa domanda che mi è stata rivolta e che trovo interessante da un certo punto di vista: quanti incontri hai avuto se fai battute sempre così bizzarre? non avete idea dei livelli impliciti di giudizio che una frase del genere nasconde. vediamo quelli che ho trovato:

  • è importante avere più incontri possibile
  • è importante comportarsi in modo uniforme e ‘normale’ quando ci si approccia in queste chat
  • l’inusuale discorsivo è inversamente proporzionale al desiderio sessuale
  • non avrai mai incontri se continui a proporre battute inusuali

e odii il genere grammaticale femminile, e odii le bizzarie di quei frocy disgustosy… un altro di quelli che odia il ridicolo, la condizione umana per eccellenza. provo molta compassione per costoro, oltre a tristezza per me stesso che me li ritrovo davanti a ogni piè sospinto.

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Racconti

partire

è quasi giunta l’ora di partire. lui deve partire. è una missione assegnatagli da Panagiota, quindi deve partire. lunedì prenderà l’aereo e non tornerà che fra quattro mesi. ne sono rimasto sconvolto? sì, forse, per un po’. non conosco i miei sentimenti. non li conosco più da quando ho smesso di sentire emozioni positive. ora sento solo quelle negative. soprattutto la vergogna. quella la sento spesso e volentieri. in particolare quando mi sono ritrovato a letto con lui. fluttuavano sospiri e gemiti, ma nulla più che onomatopee vocali. e niente di più che tentativi andati a vuoto di penetrare la sua anima.

partire? lui deve espatriare temporaneamente, e io devo rimanere lontano da casa, e sebbene sempre patria serva, non è la terra che mi ha cresciuto. due doveri diversi che strappano un rapporto che neanche c’è. ci distanziano millemila chilometri, come quando eravamo stretti negli abbracci della notte: non lo conoscevo, l’ho conosciuto quel tanto che basta a condividere il letto due volte, ma volevo conoscerlo meglio. dice la cavalletta parlante: l’hai già dimenticato; farai bene a dimenticarlo, perché non lui non può conoscere i tuoi problemi, le tue ansie altrimenti inizierà ad allontanarsi da te come tanti hanno già fatto. è partito ormai, non abita più nella via alberata che hai conosciuto, hai cancellato le sue tracce dalla cabina di controllo, perché insisti? così dice la cavalletta. e appunto perché ne ho perso le tracce sono libero dalla vergogna di affrontarne lo sguardo, lontano su un altro continente. e qui dietro la caserma, nel cortile dove i camerati fumano e fanno battute sessiste, isolato dagli altri penso più alla nostra distanza che alla distanza tra di noi.

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Racconti

politiche famigliari in Lullonia

una volta ero il ministro della cultura della Libera Terra di Lullonia, e mi ritrovai a dover affrontare il difficile compito di risanare la stagnazione della società. la cultura era molto decaduta, perché i giovani non erano più interessati a crearne nuova: non avevano tempo libero da dedicarci perché sfiancati dai massacranti orari di lavoro che gli anziani imponevano nelle fabbriche di loro proprietà. gli anziani infatti avevano investito in proprietà immobili accaparrandosi tutte le superfici disponibili, così i giovani si erano dovuti accontentare di lavorare per gli anziani che facevano il bello e il cattivo tempo. siccome gli anziani avevano bisogno di manodopera, manipolavano i giovani allo scopo di farli procreare: i giovani dovevano generare figli a tutti i costi, i quali così avrebbero potuto lavorare nelle fabbriche come i genitori, e così via.

anch’io ero tra quelle file. stanchi e sfiniti dal lavoro ci ribellammo quando uscì una legge che impose una nuova pesantissima tassa sul celibato. durante gli scontri dell’otto marzo spodestammo Lucrobensi, capo del cartello Età Nuova, e creammo un nuovo governo.

dopo mesi e mesi di studi e valutazioni ci riproponemmo di abolire la politica dei nostri genitori. dovevamo ricominciare con quello che ci era stato sottratto, quindi il Tesoro fu investito in un rinnovamento del sistema educativo. le nostre università in passato erano rinomate in tutto il mondo per l’eccellenza di umanistici e artistici, quindi decidemmo che dovevano essere le università e le accademie la base delle riforme e le fondamenta su cui ricostruire la società. queste istituzioni furono aperte a tutti, e in particolare demmo un grande impulso alle accademie di musica, le quali poi divennero talmente popolari da trasformare Lullonia nello stato di musicisti per cui oggi è famosa in tutto il mondo.

preoccupandoci del futuro, non volevamo diventare avidi e gretti come gli anziani, quindi inserimmo come politica scolastica percorsi graduati e specializzati di educazione affettiva e sessuale fin dalle prime classi dell’infanzia. i bambini crescevano più consapevoli del proprio corpo e meno inclini all’aggressività durante gli anni dell’adolescenza e al dominio nell’età adulta. parallelamente aprimmo ogni frontiera, sia per mare che via terra per accogliere migranti, rifugiati e stranieri in fuga dai continenti del nord perennemente in conflitto tra loro, ma anche da terre molto più lontane che semplicemente volevano imparare la Prima Arte.

rimaneva il problema della bassa natalità furono dunque incoraggati e snelliti i procedimenti di adozione: con la consapevolezza che i giovani acquisirono su ogni aspetto della sessualità umana, svilupparono al contempo e di conseguenza un sano senso di responsabilità, e adottare bambini in difficoltà divenne un orgoglio nazionale, oltre che normale prassi. l’apparato statale grazie alla nuova forza lavoro esercitava le necessarie mediazioni tra coloro che volevano figli e le zone di tutto il mondo da cui provenivano gli adottandi, i quali venivano accolti senza difficoltà nelle scuole. negli edifici scolastici infatti erano state dotate di strutture di rifugio per accogliere i nuovi arrivati, così che fin dal loro arrivo potessero sentirsi vicini ai coetanei e inseriti nell’ambiente più consono per la loro crescita.

a oggi la maggior parte della popolazione sa suonare almeno due strumenti, conosce dalle quattro alle sette lingue in media grazie ai meccanismi delle adozioni, e stando a ricerche comparate di dati raccolti negli anni da quando le riforme furono messe in atto, la musica è fonte di piacere e dovere al contempo. non credevamo che fosse possibile una società differente finché non la costruimmo.

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