In poltrona: Youtopia

Un altro film di cui ho scoperto la programmazione per caso, e che mi ha completamente distrutto, in senso positivo e allo stesso tempo negativo. Anche stavolta il mio istinto non mi ha deluso.

Da un’osservazione empirica, ho notato che tendenzialmente quanto mi piacerà il film, la sua rilevanza (est)etica, è infatti inversamente proporzionale al numero di spettatori in sala. In questo caso nella sala eravamo in due: praticamente un capolavoro.

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Premetto che in questo momento sono particolarmente vulnerabile, e il filtro emotivo è particolarmente fragile; le mie impressioni dunque ne hanno ampiamente risentito.

La sequenza nei titoli di testa mi ha colpito come quasi identica a quella corrispondente de La forma dell’acqua: primo elemento a favore.

La storia racconta il dramma di una ragazza poco più che adolescente di famiglia molto povera che per mantenersi si spoglia a pagamento su una chat virtuale, e in seguito, per riscattare dall’ipoteca la casa in cui vive con la madre e la nonna inferma, decide di vendere la propria verginità su deep web, attirando così l’attenzione di un ricco farmacista, assiduo frequentatore di sesso a pagamento di nascosto dalla moglie.

I protagonisti, la ragazza e il farmacista vivono entrambi due vite parallele: lui quella del rispettabile borghese di giorno a braccetto con la moglie e represso ninfomane di notte nel retrobottega; lei, agli estremi opposti, vive la vita di tutti i giorni nel sesso anonimo costretta dalle circostanze mentre sogna la tenerezza di una normale relazione d’amore dentro un gioco di realtà virtuale.

Un altro livello di lettura poi riguarda la deriva capitalista del mondo attuale, che spinge all’inevitabile scontro i due estremi del marcio agio economico e della giovinezza senza risorse. La battaglia che si combatte sulla rete non è affatto democratica come gli apologeti delle nuove tecnologie vogliono farci credere: l’equilibrio non è possibile, una delle due parti dovrà soccombere.

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Terrorismo italiano

Attentato terrorista: un fascista disadattato spara su un gruppo di uomini e donne neri avvolto nella bandiera tricolore. Alcuni elementi saltano agli occhi:

  • la stampa italiana non si prodiga a dare i nomi delle vittime; quello dell’attentatore al contrario affiora in continuazione
  • gli sciacalli, per citare solo la feccia minore, fanno il loro lavoro: i partiti filofascisti tra cui lega e forza italia cercano attenuanti per il gesto del terrorista
  • la sinistra, per converso, è incapace di condannare perentoriamente l’accaduto e di demolire moralmente le forze politiche che giustificano o peggio appoggiano il terrorista

Un ballo in maschera

Una creatura che cerca goffamente di sedurne un’altra senza sapere esattamente cosa stia facendo è uno spettacolo che non si vede tutti i giorni, e che per questo fa riflettere sul milieu esistenziale in cui ci troviamo immersi. Siamo a carnevale, e come ogni anziano mi sento inadatto a partecipare a una sfilata di carri allegorici, soprattutto per il fatto che l’età media delle maschere non supera il vent’anni; e poi perché non ho una maschera; o meglio, non ho intenzione di indossare una seconda maschera. Ecco, forse è questo che mi turba del periodo carnevalesco: oltre alle costruzioni sociali più o meno implicite che ci ricoprono la pelle, ci si sforza di indossare una seconda costruzione, che però tende a smascherare la prima, complice il consumo di alcolici. Non nel mio caso ovviamente, poiché 1. non posso più bere alcolici purtroppo, e 2. sopportare una maschera tutto l’anno è già abbastanza faticoso; due sono veramente troppe.

maschere

ciò non toglie comunque che siano giornate estremamente divertenti!

[grazie alla mia Madama Butterfly preferita Prixia e a Mister Trump]

{quotidianamente}

Supporto

Non uscirò allo scoperto nella Giornata Nazionale del Coming Out perché le persone LGBTQ ‘si dichiarano’ solo nell’interesse dei cisetero (eterosessuali cisgenere), mentre questi non devono farlo, non ci si aspetta che si dichiarino. Non dichiararsi è solo una conseguenza dei pregiudizi che crea la società su cosa sia normale.

fonte: Medium


Con il porre enfasi sull’atto di rivelazione, di esposizione allo scrutinio, al giudizio e sì anche all’accettazione da parte di chi ci circonda, riconosciamo implicitamente che essere queer significa doversi sempre dichiarare. Ciò rende l’identità queer come un Altro sempre oscuro e immaginato, una cosa che deve, allo scoccare della mezzanotte di un giorno prestabilito ogni anno, emergere ed eseguire un rituale di purificazione su se stesso.

fonte: Bilerico Project

L’identità queer non è una maschera di carnevale.

{sympathize}

Bildungdämmerung

I burocrati possono anche chiamarlo “esame di stato” ma per noi che abbiamo vissuto una scuola pubblica diversa sarà sempre l’esame di maturità. Certo è evidente come il cambio di denominazione abbia risignificato l’intera impostazione didattica: oggi coloro che affrontano l’esame dopo cinque (o, ancora peggio, quattro) anni ne hanno veramente poca, cosi come coloro che hanno smantellato la didattica dei saperi. Le competenze, che oggi invece vanno di moda, sono quei saperi pratici che non insegnano a pensare, ma solo a produrre. I saperi non sono produttivi, se non di conoscenza, mentre le competenze sono sterilmente produttive di prodotti, in un circolo infinito di uso e consumo. Nei corridoi delle scuole e nelle aule universitarie dei corsi pre-concorso ci si lamenta che la didattica non è abbastanza differenziata, come i rifiuti: le competenze infatti producono sapere-immondizia. Le competenze prevedono che l’insegnante debba essere giudicato dagli alunni, e che costoro non hanno alcun dovere etico all’interno degli spazi scolastici [l’indicativo è voluto].

Ebbene, non è questa la direzione giusta. Politicamente sono progressista, ma nell’educazione approvo incondizionatamente modelli conservatori. L’educazione, per essere efficace, deve trasmettere saperi, e per fare ciò è necessario che non ci sia un rapporto paritario tra docenti e discenti, che questi ultimi seguano le indicazioni dei primi. È di questi giorni la notizia che una coppia di genitori sono ricorsi al TAR perché il loro figlio/a aveva preso 9 nei giudizi finali anziché 10. Un chiodo nella bara. Si è arrivati alla possibilità di poter contestare in via ordinaria l’operato dei docenti, perché si ritiene a priori che non sappiano insegnare e che i figli abbiano in ogni caso trattamenti favorevoli, anche quando non lo meritano. Il significato delle parole è emblematico: docenti sono coloro che docent, insegnano; i discenti sono coloro che discunt, imparano. Se non impari pur avendo le capacità per farlo, ti meriti tutte le conseguenze del caso: il concetto di responsabilità è davvero la base dell’educazione e segnale di maturità.