Orgoglio e disabilità

Nelle puntate precedenti:

Questo articolo racconta una storia che sento mia, o meglio l’inizio della mia storia. Non so da dove cominciare. Magari dalla stomia, l’ultimo intervento che ho subito, o dalla borsetta, come la chiamo per dare all’appendice un tocco più glam. In ogni caso a ventinove anni mi ritrovo con una sacca che raccoglie cacca attaccata alla pancia perché il mio intestino non funziona, sebbene per il momento sia una misura temporanea.

Esteticamente non è un bello spettacolo, soprattutto nell’intimità. Sono single, il che vuol dire che nei momenti in cui ho bisogno di affetto e intimità, appunto, mi rivolgo a me stesso. Costruire una relazione in questo momento mi sembra più difficile che scalare una montagna senza equipaggiamento, e non sto usando un’iperbole. Non mi sono mai piaciuto moltissimo, figuriamoci ora. Poche relazioni e poco sesso. Oh, e sono gay. Per non farmi mancare niente mi piacciono gli uomini.

Apriti cielo. Non ho bisogno di sottolineare quanto contino e quali siano i canoni estetici dominanti del corpo omosessuale, a tutti i livelli. Basta una semplice ricerca per capire di quale sia l’idealtipo. Dunque riassumendo, la mia condizione si riassume nelle tre D: disabile, disoccupato, e depresso. Tremila anni luce da ciò che viene considerato attraente nella società in generale, figuriamoci nel mondo omosessuale. Spesso mi sono ritrovato in stati depressivi con tanto di crisi. Di che socialità potrò mai farmi carico, figuriamoci di quale intimità.

Eppure anche in queste condizioni, o forse a causa di esse, sento di aver bisogno di contatto umano, intimo. Sto cercando di fare il possibile con un percorso di psicoterapia per salvare il salvabile, ma il percorso è lungo. Lotto contro molteplici strati di invisibilità che ogni giorno tentano di schiacciarmi.

Appena operato pensavo che mi sarebbero state precluse per sempre le strade dell’intimità. Nei momenti di crisi peggiori pensavo che l’ultima briciola di desiderabilità che avevo era stata disintegrata per sempre dalla stomia, oltre alla possibilità di tornare a una vita sociale decente. In questi mesi ho ricominciato a frequentare le chat e a rimettere il mio corpo in gioco, con tutte le cautele del caso. Finora mi sono imbattuto in diversi casi umani, a uno solo dei quali ho raccontato la mia storia completa, e ovviamente è fuggito a gambe levate. Ma in questi mesi, grazie alla psicoterapia e a queste esperienze, mi sto finalmente convincendo che il problema non sono io, né la stomia, né il mio corpo imperfetto, ma una certa rappresentazione del corpo e dei suoi desideri di cui la maggior parte della società vive come accecata. camminare secondo la corrente è difficile, perché prima che i mostri si manifestassero, c’erano solo problemi di autostima. dopo la chirurgia, che sempre lascia cicatrici emotive e/o fisiche importanti, i problemi e le esigenze del corpo si raffinano: le sfide che dobbiamo affrontare quotidianamente, ogni giorno, in modo continuo, comprendono accettare e sentirsi a proprio agio in un corpo che perlopiù si sente escluso dall’essere desiderabile.

Il nostro compito (mio e della stomia) quindi d’ora in poi sarà svelare una semplice verità, cioè che anche i disabili hanno desideri. la sessualità non si ferma alle soglie di chi è abile, sano e robusto. il nostro concetto di queer deve comprendere anche la disabilità, poiché si tratta di uno dei tanti tipi di emarginazione.

E quindi ballare, ballare e sfilare sotto gli occhi di tutt* al Roma Pride per celebrare le sconfitte e le conquiste che questo corpo disabile ha attraversato negli anni e che ancora dovrà affrontare, per manifestare l’invisibilità.

sdr

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molto

desidero molto
desidero a lungo
per ore e minuti
a volte per la vita
durante un giorno.

desidero un corpo
che non ha senso
desidero il puro
non immacolato
desidero umore
pieno e tepore

per niente

passando per niente
ecco fatica e dolore
da sguardo obliquo
c’è non vivere più

scomparire per sempre
non sentire rabbia,
da sola che tiene
odio, un altro dì odio
vivo per oltraggio
a una scatola vuota

sangue e muco sparso
dentro e fuori, subito
dopo questa discesa

al dì sotto
agro tesoro
umido fasto
scarto venerato
decatanato
mai episto
quiete di presso

nulla a niente
questa persona
cosa rimasta
al grand’errore
freddo e morte
non più illuso

esame rimandato

ancora una volta vengo ignorato da medici che dovrebbero aiutarmi a tenere sotto controllo il mostro. il chirurgo ha bisogno dell’esame colonscopico per essere sicuro che tutto sia in ordine per la ricanalizzazione. prenoto l’esame colonscopico tramite urgenza, perché nessuno del personale medico ha pensato bene di mettermi in lista, quindi mi reco a prenotare l’appuntamento. chiedo informazioni sul tipo di preparazione che devo fare il giorno prima, e la gastroenterologa afferma sicura di sé che la preparazione è quella “normale”, cioè con la purga. mi viene il dubbio che la purga non avrebbe fatto effetto dato che il mio colon attraversol’ileostomia temporanea è disgiunto dalla parte che funziona, l’ileo appunto, ma pensando che forse magari probabilmente la gastroenterologa dovrebbe saperne più di me, taccio.
così il giorno prima inizia la parte più dolorosa e traumatica, l’assunzione della purga e il necessario digiuno che l’accompagna, anche se poi la purga in sé non si rivela così traumatica come ricordavo.
il giorno dell’esame mi reco al reparto di endoscopia con l’atroce dubbio che la purga è stata del tutto inutile in quanto il colon non ha subìto la minima purificazione, e quando arriva il mio turno le infermiere in camice verde chiedono esterrefatte che tipo di preparazione ho fatto. alla mia risposta quantomeno incerta, mi guardano sbigottite e poi abbassando la voce si chiedono chi sia la faccia di cazzo che mi ha detto di prendere la purga, finalmente ammettendone la completa inutilità ai fini dell’esame. mentre cercano di trovare un modo per farmi fare comunque l’esame capisco che questo non succederà mai. sdraiato sconfortato sul lettino, mi spiegano che nel mio caso avrei dovuto inserire in un punto preciso della stomia un sondino attraverso cui sarebbe dovuta passare la purga che avrebbe insaponato e sciacquato in modo appropriato la parte davvero in questione, il colon appunto. praticamente ammutolito, esco dalla saletta con un nuovo appuntamento, sia per l’esame sia per la preparazione che faranno entrambi in ospedale, e mi abbandono al piacere di uccidermi poco per volta con caffè e sigarette.
se a nessuno importa della mia salute, perché non accelerare la discesa?

Macchina nera

C’erano le stelle e faceva caldo in città, c’era una macchina nera e c’era un bambino appena uscito dal nido con uno di quei buchi infernali attaccato alla pancia: appena a lato dell’ombelico, coperto da un filtro di tessuto intessuto per dissimulare l’infezione sgorgante, era il segno che il mostro aveva impresso alla sua stella soffice interiore dopo la seconda rinascita.

dicono che l’appena nato si attacca al grembo del primo individuo che sembra offrirgli rifugio e conforto di un certo tipo e durata nel tempo. tal fui io al cospetto del tuo sembiante. non poesia, ma opere benevole, mi auguravo. era piacevole cullarsi così, odoravi come un frutto benedetto dal seno di dioniso. ma presto la Verità fu svelata nelle pieghe infide di Tecne, come il panegirico che intonasti a Erode contro alcuni umili pastorelli dell’asia colpevoli secondo te di suonare l’arpa con troppo baccano. Non Afrodite gioiosa, ma Tecne vorace ti fagocitò l’anima. Scoppiò il cannone, ma non lo volli intendere. Che valevano le vite di piccoli ignoti quando ero ubriaco della superficialità di Eros e il mostro dormiva nelle viscere?

La vanità si capisce solo pagandone il prezzo. Ora la vergogna mi sommerge! Come ho potuto amare un’intuizione calpestando un ideale? Come hai soggiogato i sensi e convintomi che eri un dio che avrei dovuto adorare, quando non fosti che l’idolo di un cieco appena uscito dalla grotta? Potere dell’abbaglio che buca l’inconsistenza dell’acqua, di un precipizio vulcanico che termina nel fuoco e scioglie l’inesperto. Non sono uscito da un buco, acquistato un foro e una terza vita per farmi tagliare la testa. Ah, che pena mi fai! Sono un gigante di fronte a te! Nella prossima vita riceverai una corona e il timore dei sudditi ricoperto di gioielli, e ne sarai felice; io mi consolerò dell’aver bruciato le mie lacrime farinose strisciando in cerca di rugiada fresca.