passi

il nostro trascorrere s’è allungato, sempre più pesante.

sebbene girotondi assidui siano stati intrapresi tra i boschi della Grande Oscurità, mai più di un passo abbiamo mosso. uno di questi girotondi ebbe il suo culmine nel Giorno del Lavoro dell’anno 225 e.c. libri sono stati lambiccati e deteriorati intorno al significato e al suo significato. siamo giunti alla conclusione provvisoria che non c’è conclusione: c’è solo – voglia il cosmo – quest’accozzaglia di materia, che si incontra e si scontra e di cui celebriamo il passare discutendone l’orrore e deprezzandone l’avanzata.
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l’ultimo minuto

la valigia è tornata libera di respirare appesa ai fili del bucato; dentro c’era rimasta ancora una briciola di confusione stantia accumulata nell’ultimo volo. finché la mattina prima di giorno (il sole si è appena levato oltre le montagne) sulla banchina della stazione arriva dietro le spalle, non provocato, l’ultimo minuto a chiedere:
– hai davvero racchiuso la formula necessaria per questo viaggio nella valigia? le ciabatte per sentire un’ora di confortevolezza tra un giro e l’altro? il profumo da cocktail per sedurre sconosciuti di sera? monete da un soldo per entrare nei bagni per turisti delle stazioni?
– signor ultimo minuto, volete tacere di grazia? questa non è la prima volta che esco da me e certo non mi occorrono i suggerimenti di uno mai visto prima
– anzi, è proprio per questo, caro vobis, che vi occorro: non vi conoscete affatto quando uscite dal nido. la prima volta avete scordato la nostalgia e doveste ricorrere all’analgesico; nella seconda gita scordaste l’ombrello che doveva proteggervi dalla corrente; cinque anni fa, durante il terzo viaggio, doveste comprare un sudario, che sebbene aveste preparato sul letto, lasciaste ad annoiarsi a casa.
– stavolta non succederà, mi accompagna la provvidenza.
– le mie apologie, signora provvidenza, non l’avevo notata così nascosta dentro le orecchie. con i suoi sussurri persuasivi, può convincere costui del fatto che i desideri sono illusioni create dall’occasione, e lasciare che ci dominino equivale a rimanere fermi?
– dipende dalle occasioni, rispose la vecchia, ci sono occasioni che passano più volte nella vita, ma mai lungo lo stesso binario.
l’ultimo minuto disse qualcos’altro ma poi come sempre fuggì.

essere dilatati o non essere dilatati?

strano il mio destino, come anticipava Giorgia una ventina d’anni fa. strano perché il linguaggio che i dottori dell apparato digerente usano assomiglia moltissimo a quello usato per parlare del sesso. e siccome allo stato attuale delle cose il sesso è l’unica cosa che la stomia mi ha tolto e che mi manca un bel po’, sentirmi dire dal chirurgo che d’accordo col gastroenterologo proverà a dilatarmi quella parte di intestino ristretta mi è sembrata un’ironia molto poco sottile.

seconda visita dunque. stavolta il dottore deve tradurre il referto dell’esame istologico in azioni concrete, sempre con l’obiettivo finale di togliere la stomia. sebbene i valori delle d analisi del sangue siano nella norma, l’anastomosi è molto ristretta, a tal punto che qualora dovessi essere ricanalizzato, correrei il rischio che l’intestino infiammi ancora di più il restringimento provocando un’esplosione di feci all’interno del corpo, eventualità fatale. non che sopportare una vita con la stomia e morire lentamente sia meglio rispetto alla prospettiva di morire per implosione delle viscere. fuochi artificiali di cacca corrosiva o logorante attesa magari di un tumore in quel che resta del colon? meglio un infarto.

cosa c’entra il sesso? c’entra perché il chirurgo ha dunque stabilito che parlerà col mio gastroenterologo preferito, il dottor P., il quale per via endoscopica proverà appunto a dilatare quell’anastomosi e controllare che questa non sia a rischio esplosione. l’ironia è che dal dottor P. sarei disposto a farmi dilatare tutti gli orifizi che vuole, se non li avessi perennemente infiammati.

valutazione

15 minuti di visita. 122 euro. 14.30. 2 luglio. le appoggiature cronologiche non aiutano a entrare nella realtà più di quanto la chiave della porta di casa non riesca a far girare l’ingranaggio difettoso durante i mesi caldi. come camminare contro il vento in spiaggia. come mangiare carciofi regolarmente per un anno intero e capire solo quando è troppo tardi che anziché apportare ferro, hanno aggravato ulteriormente la cattiveria della bestia. ma c’è oggi. la visita. 122 euro fuori dalle tasche di un disoccupato (non riuscire a pronunciare l’aggettivo, sentire una vergogna cieca) e dentro quelle di un chirurgo primario del SSN: una prece per le lotte di classe. la visita. il chirurgo è un dottore, quindi un laureato, quindi ha sostenuto diversi esami. la sua valutazione: dall’esame l’intestino non ne esce affatto bene, c’è una stenosi tra tenue e colon, e questo è altamente irritato. il ricongiungimento è lontano dall’essere semplice e immediato. al terzo scritto le viscere ne escono con un punteggio appena sufficiente, 60/100. parallelismi con la maturità: 10 anni fa 91/100, una decade è bastata a far scendere il punteggio, e il frutto del ventre è già marcescente. arrampicarsi sui numeri è necessario perché al momento impossibile affrontare – nel senso letterale di mettersi faccia a faccia, senza mediazioni – la possibilità di un altro intervento come quello di settembre scorso, così come la possibilità della residenza permanente della stomia. al momento è umanamente inconcepibile, insopportabile, intollerabile, detestabile, insoffribile, lancinante. così come riuscire a coniugare un verbo alla prima persona ed evitare di usare il modo infinito, il modo inventato dai malati per tentare di fuggire dal proprio corpo.

Orgoglio e disabilità

Nelle puntate precedenti:

Questo articolo racconta una storia che sento mia, o meglio l’inizio della mia storia. Non so da dove cominciare. Magari dalla stomia, l’ultimo intervento che ho subito, o dalla borsetta, come la chiamo per dare all’appendice un tocco più glam. In ogni caso a ventinove anni mi ritrovo con una sacca che raccoglie cacca attaccata alla pancia perché il mio intestino non funziona, sebbene per il momento sia una misura temporanea.

Esteticamente non è un bello spettacolo, soprattutto nell’intimità. Sono single, il che vuol dire che nei momenti in cui ho bisogno di affetto e intimità, appunto, mi rivolgo a me stesso. Costruire una relazione in questo momento mi sembra più difficile che scalare una montagna senza equipaggiamento, e non sto usando un’iperbole. Non mi sono mai piaciuto moltissimo, figuriamoci ora. Poche relazioni e poco sesso. Oh, e sono gay. Per non farmi mancare niente mi piacciono gli uomini.

Apriti cielo. Non ho bisogno di sottolineare quanto contino e quali siano i canoni estetici dominanti del corpo omosessuale, a tutti i livelli. Basta una semplice ricerca per capire di quale sia l’idealtipo. Dunque riassumendo, la mia condizione si riassume nelle tre D: disabile, disoccupato, e depresso. Tremila anni luce da ciò che viene considerato attraente nella società in generale, figuriamoci nel mondo omosessuale. Spesso mi sono ritrovato in stati depressivi con tanto di crisi. Di che socialità potrò mai farmi carico, figuriamoci di quale intimità.

Eppure anche in queste condizioni, o forse a causa di esse, sento di aver bisogno di contatto umano, intimo. Sto cercando di fare il possibile con un percorso di psicoterapia per salvare il salvabile, ma il percorso è lungo. Lotto contro molteplici strati di invisibilità che ogni giorno tentano di schiacciarmi.

Appena operato pensavo che mi sarebbero state precluse per sempre le strade dell’intimità. Nei momenti di crisi peggiori pensavo che l’ultima briciola di desiderabilità che avevo era stata disintegrata per sempre dalla stomia, oltre alla possibilità di tornare a una vita sociale decente. In questi mesi ho ricominciato a frequentare le chat e a rimettere il mio corpo in gioco, con tutte le cautele del caso. Finora mi sono imbattuto in diversi casi umani, a uno solo dei quali ho raccontato la mia storia completa, e ovviamente è fuggito a gambe levate. Ma in questi mesi, grazie alla psicoterapia e a queste esperienze, mi sto finalmente convincendo che il problema non sono io, né la stomia, né il mio corpo imperfetto, ma una certa rappresentazione del corpo e dei suoi desideri di cui la maggior parte della società vive come accecata. camminare secondo la corrente è difficile, perché prima che i mostri si manifestassero, c’erano solo problemi di autostima. dopo la chirurgia, che sempre lascia cicatrici emotive e/o fisiche importanti, i problemi e le esigenze del corpo si raffinano: le sfide che dobbiamo affrontare quotidianamente, ogni giorno, in modo continuo, comprendono accettare e sentirsi a proprio agio in un corpo che perlopiù si sente escluso dall’essere desiderabile.

Il nostro compito (mio e della stomia) quindi d’ora in poi sarà svelare una semplice verità, cioè che anche i disabili hanno desideri. la sessualità non si ferma alle soglie di chi è abile, sano e robusto. il nostro concetto di queer deve comprendere anche la disabilità, poiché si tratta di uno dei tanti tipi di emarginazione.

E quindi ballare, ballare e sfilare sotto gli occhi di tutt* al Roma Pride per celebrare le sconfitte e le conquiste che questo corpo disabile ha attraversato negli anni e che ancora dovrà affrontare, per manifestare l’invisibilità.

sdr