Farfalla

Il punto più basso finora. Una doccia, svuoti la boccetta in un bicchiere, ne ingoi metà. Steso sul letto lei si è precipitata ad afferrare le lacrime della madre e poi si è seduta vicino al letto, mentre la pozione iniziava a fare effetto. Mezze frasi articolate di aiuto, l’inizio del fiume di lacrime e poi la confessione: “pephuka”, uscita con un urlo disperato, come se la voce fosse precipitata per sempre in un baratro perenne. Ma lieve una corda si protende. Vent’anni, tre operazioni chirurgiche alle viscere, notti insonni, anestesie, vergogna, mesi nei corridoi d’ospedale, giornate dai dottori, esami, pillole, infusioni, cicatrici, e due tentativi di suicidio hanno portato a questo momento. Un mal di testa scende col crepuscolo. Un ombrellone fracassato nel secchio della spazzatura, un senso di ridicolo, vento e sole, una spiaggia deserta, un viaggio lungo le campagne dell’ovest, per sciogliere i fantasmi.

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Macchina nera

C’erano le stelle e faceva caldo in città, c’era una macchina nera e c’era un bambino appena uscito dal nido con uno di quei buchi infernali attaccato alla pancia: appena a lato dell’ombelico, coperto da un filtro di tessuto intessuto per dissimulare l’infezione sgorgante, era il segno che il mostro aveva impresso alla sua stella soffice interiore dopo la seconda rinascita.

dicono che l’appena nato si attacca al grembo del primo individuo che sembra offrirgli rifugio e conforto di un certo tipo e durata nel tempo. tal fui io al cospetto del tuo sembiante. non poesia, ma opere benevole, mi auguravo. era piacevole cullarsi così, odoravi come un frutto benedetto dal seno di dioniso. ma presto la Verità fu svelata nelle pieghe infide di Tecne, come il panegirico che intonasti a Erode contro alcuni umili pastorelli dell’asia colpevoli secondo te di suonare l’arpa con troppo baccano. Non Afrodite gioiosa, ma Tecne vorace ti fagocitò l’anima. Scoppiò il cannone, ma non lo volli intendere. Che valevano le vite di piccoli ignoti quando ero ubriaco della superficialità di Eros e il mostro dormiva nelle viscere?

La vanità si capisce solo pagandone il prezzo. Ora la vergogna mi sommerge! Come ho potuto amare un’intuizione calpestando un ideale? Come hai soggiogato i sensi e convintomi che eri un dio che avrei dovuto adorare, quando non fosti che l’idolo di un cieco appena uscito dalla grotta? Potere dell’abbaglio che buca l’inconsistenza dell’acqua, di un precipizio vulcanico che termina nel fuoco e scioglie l’inesperto. Non sono uscito da un buco, acquistato un foro e una terza vita per farmi tagliare la testa. Ah, che pena mi fai! Sono un gigante di fronte a te! Nella prossima vita riceverai una corona e il timore dei sudditi ricoperto di gioielli, e ne sarai felice; io mi consolerò dell’aver bruciato le mie lacrime farinose strisciando in cerca di rugiada fresca.

Stravagante

Parlerò al passato perché è accaduto da qualche parte, ma in nessun luogo in particolare. Era una storia buia e tempestosa quella che mi si parava davanti. La musica era diversa dal solito, e avevo già bevuto tre o quattro bicchieri del vino di casa. Camminavo tranquillo senza una meta, quando passai davanti a una libreria, appena dopo cinque minuti aver messo piede fuori dalla porta di casa. Attraversata la soglia, mi ritrovai in uno spazio luminosissimo, circondato da porte vetrate, e arredato con scaffali alti quanto me. Il colore della stanza era riflesso dall’ammasso di schienali dei libri, disposti uno accanto all’altro senza un ordine preciso. Avanzai di qualche passo e affondai le narici sulla superficie posteriore di uno scaffale e non vi ritrovai alcun odore; in compenso dagli interstizi delle pagine si diffondeva come una modificazione dello spazio intorno a me man mano che mi avvicinavo, e siccome non ero abituato a quella luce, sembrò la vibrazione che precede l’attacco della prima nota in un concerto. Non ne ero ben sicuro, ma qualcun altro era arrivato appena dopo di me; anche lui doveva essere rimasto trattenuto dallo stupore di trovarsi di nuovo in quel mondo.

{quotidianamente}

Forse a dicembre

Iniziai il dì con un caffè e banchi di nebbia. Con una poesia, mi sciolsi dentro la tazzina come il biscotto secco che provai a lasciar andare, ma l’abitudine di scegliere la strada sicura contro quella più avventurosa prevalse, così cercai di salvare subito il biscotto con il cucchiaino dai fondali oscuri della tazza.

Dalla finestra della camera si vedeva un cielo bianco come la neve, ma molto meno freddo. I cerchi di ghisa della stufa a legna erano tiepidi, ma nessuno era nella stessa stanza per accarezzarli. La poltrona con le gambe usurate dall’essere trascinate qui e là sulle piastrelle fredde e ruvide era stata riposta in magazzino, dove ormai i gatti rimasti vi si potevano finalmente accoccolare.

Shock

Riuscivo a specchiarmi. Finalmente capii perché non ero mai partito, perché non avevo mai visto quella notte stellata neanche nell’età giovanile, perché non avevo mai sofferto fino in fondo dei lutti in famiglia, né dove si trovasse questo fondo; perché mi arrabbio così spesso perché ridono di me perché sono un uomo ridicolo… Insomma, i perché si moltiplicano, e uno dietro l’altro li vedo tutti allineati a formare una catena causale chiara come la luce del sole a mezzogiorno.

[quotidianamente]