Quello che non vedrete mai sui libri – Il ‘fallo donna’

o mia dea, sempre siate lodatə 💜

Fiore Avvelenato

Nel Paleolitico e nel Neolitico il corpo di donna ritratto in modo naturalistico con il collo a forma di fallo era il modo accettato di raffigurare lo sviluppo della vita o il rafforzamento dei poteri di vita. Questo simbolismo ha un senso filosofico e non sessuale o pornografico.

La ‘Venere’ Mostruosa della Preistoria di Marija Gimbutas

I Nomi della Dea edito da Ubaldini Editore è una raccolta di ricerche di mitologi, antropologi, sociologi come Joseph Campbell, Riane Eisler, Marija Gimbutas, Charles Musès. I loro piccoli saggi dimostrano come quanto poco sappiamo della storia del genere umano e quanto una divinità non solo madre ma anche fluida, come del resto sono la maggior parte degli dèi antichi, fosse presente nella Preistoria fino alla comparsa dell’agricoltura. Penso sia fondamentale che le persone femministe e sex positive conoscano queste nozioni di antropologia, sociologia, mitologia e storia per avere radici solide per le loro…

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Meticcio

come preferisco fare per presentare ogni bel libro letto, a seguire riporto alcuni estratti di questo ‘saggio pop’ edito da Effequ: perchè ce n’è bisogno, a giudicare dal potere che acquista il populismo facile e razzista di leghisti e fratelle d’italia.

note di redazione:

– laddove possibile sostituisco il maschile plurale sovraesteso con il neutro sul modello di “tuttə quantə”; laddove invece viene lasciato il maschile sovraesteso v’è cognizione di causa.

– tendenzialmente preferisco non maiuscolare. nel testo, in particolare, l’autore usa qui e là la lettera maiuscola per “occidente”, ma trovo che una ulteriore magnificazione di qualunque tipo di questo referente sia oltremodo dannosa; l’occidente, qualunque cosa voglia dire, si è già troppo automagnificato. stesso discorso per “dio”, altro referente che a mio avviso ha bisogno di un bel ridimensionamento e soprattutto contestualizzazione.

Prefazione

Perché sentiamo la necessità di costruire la diversità? Perché è indispensabile per definire ‘noi’. Noi siamo ciò che l’altrə non è ed è per questo che spesso, troppo spesso, configuriamo l’altrə come icona di ogni male. Abbiamo bisogno deə cattivə, per pensarci buonə.

Introduzione per un manifesto meticcio

La costruzione tutt’altro che naturale del mondo attuale, fatto di diseguaglianze e di frontiere tracciate sulla carta, non fa altro che riprodurre le restrizioni feudali: c’è chi nasce nel privilegio, e che eredita ogni genere di ricchezza e chi, per il solo fatto di essere natə in un paese, o per avere un colore di pelle, è condannatə.

di vergogna e accoglienza

lə occidentalə sono bravə a trascurare un fatto storico inconfutabile: guerre, diseguaglianze, impoverimento delle risorse naturali, errata concezione dello ‘sviluppo’, sono dovute, in grandissima se non in esclusiva parte, proprio all’occidente.

Frontiere, identità, perfino colori, per non dire delle obsolete categorie razziali, sono costruzioni dell’uomo. Sono invenzioni, finzioni, ovvero creazioni contingenti (fictio) e utilitaristiche.

occidentalismi e orientalismi

Il relativismo culturale […] è una postura, una maniera di essere, di pensare, di operare. Ogni atto, istituzione, atteggiamento, costume di un popolo va contestualizzato, facendo riferimento al sostrato culturale – ovvero la storia – da cui proviene.

Il buon senso, la morale, l’etica e di conseguenza le leggi, sono tutti elementi culturali. Ecco perché, se è del tutto utopico oggi prefigurare in tempi brevi la nascita di un’etica, di una giurisprudenza, di una visione globali, nondimeno è assurdo pensare che vadano reiterate le prove di forza, le affermazioni di superiorità del mondo occidentale.

Il razzista non sorride

Il voler gerarchizzare opinioni e culture, ideologie, stati d’animo, è l’idolo polemico etnocentrico e universalista contro cui lottano i relativisti.

Il confine, dice la logica, serve a definire l’identità. Ma tracciare il confine è questione di mobilità, plasticità, opportunità e opportunismo.

Perché allora le culture sono differenti, se gli uomini sono tendenzialmente uguali? Per le scelte culturali, appunto, per le pratiche e conoscenze acquisite nel corso della storia.

aiutiamoli a casa loro

nel dibattito sociale e politico esistono i nemici e chi li difende, i diversi e i sovversivi: il rischio è di considerare tali atteggiamenti, frequenti nella storia, come inevitabili e ‘naturali’, ovvero legati a un’essenza intrinseca dell’uomo e non alla sua cultura e quindi alla sua volontà, alle sue scelte, alle sue visioni contingenti, costruite, strumentali.

se ponessimo la persona – e non l’economia – al centro del discorso si potrebbe parlare di ‘sviluppo umano’ e quindi di un processo volto a favorire la libertà individuale.

La fame non è semplicemente sinonimo di povertà: ha sempre a che fare con il malfunzionamento – leggi cattiva distribuzione della ricchezza – dell’economia.

La libertà […] in quest’ottica diventa capacità e possibilità di scelta: di restare, viaggiare, andare e poi tornare.

tuttə carioca

sarà una coincidenza, o forse no, che le ‘vittime’ di questa violenza verbale e molto spesso non solo verbale siano proprio le religioni di origine africana, mentre il ruolo di demonizzatori, di purificatori, di salvatori, lo recitano le varie chiese pentecostali, i carismatici, gli evangelici in generale. L’islam e il cristianesimo, al contrario, sono religioni ‘forti’, perché monoteistiche e totalitaristiche (chiedono la totale sottomissione del credente) e si costituiscono come società teocratiche, cioè fondate sulla volontà di dio e l’obbedienza a dio. In questa prospettiva tanto il cristianesimo quanto l’islam sono intolleranti, sono invasive, devono convertire, perfino minacciare, perfino uccidere gli infedeli, i miscredenti, coloro che credono in falsi dèi.

se il punto chiave della teologia cattolica è la dicotomia corpo/mente, la separazione sistematica tra spirito e materia, alto e basso, sacro e profano, […] si dovrà ammettere che niente è più estraneo al meticciato di questa visione. Ecco un’altra ragione, la nostra eredità cattolica, che può spiegare perché l’idea meticcia faccia fatica ad affermarsi come auspicabile, risolutiva, egemonica.

Nelle religioni africane è assente il concetto di guerra santa, è invece connaturato il concetto che i convincimenti spirituali sono così intimi e personali che non si possono imporre con la forza.

l’Europa, una civiltà che non ha mai dimenticato i propri demoni, il proprio complesso di superiorità; soprattutto non ha mai rinnegato definitivamente i totalitarismi. Ha continuato a fingere di aver scacciato quei fantasmi, ma in realtà si va crogiolando ancora nel loro ricordo, annacquandoli in una verità di comodo che nelle narrazioni continua a essere presente e proclamata nella ‘superiorità del modello occidentale’.

[contrapposta al Brasile è] l’Italia, un paese che non si è mai considerato razzista, e invece lo è.

Nessunə deve dimenticare che la storia del meticciato nasce dallo stupro, dalla violenza.

la globalizzazione intermittente

Chi rimanda o vorrebbe rimandare indietro ə migrantə dimostra fragilità, non forza: chi ha un’identità solida seppure ‘impura’ non può avere paura del contatto, di mescolarsi, di ibridarsi.

l’uomo che verrà

l’essere transculturale della nuova mobilità planetaria, è ciò che più ci rappresenta. “Abitiamo una lingua, non un paese”, e la traduzione, reale o metaforica che compiamo, è come un viaggio per mare da una riva all’altra, o una traversata in carovana di un infinito spazio.

l’idea che la storia del mondo vada scritta dall’occidente è definitivamente tramontata, ora che anche l’universalità dei ‘nostri’ valori è andata perduta.

A tuttə sarà capitato di cogliere l’immediatezza della musica, la plausibilità della musica, la potenzialità della musica come strumento magico di comunicazione, come vettore di intese, veicolo di linguaggi.

Ecco, ancora, cos’è il meticciato: attenzione per l’altrə, co-produzione, ‘accordatura’.

La rivoluzione meticcia sarà una rivoluzione creativa, e le rivoluzioni creative spaventano non poco i conformisti.

postfazione

la storia della classificazione razziale umana è la storia dei tentativi di tracciare sulla mappa linee di confine.

è difficile entusiasmarsi all’idea di discutere ancora e ancora su quanto di noi e delle nostre società sia congenito e quindi immutabile. […] Ma almeno in questo modo si capisce chi è disposto a fare qualche sforzo per vivere in una società meno ingiusta e brutale, e chi invece è contento del mondo, e anzi si preoccupa che interventi volti a ridurre le disuguaglianze alterino un equilibrio che si vorrebbe scritto nei nostri geni.