1 giugno: la parata di Perugia

È iniziato giugno, il mese dell’orgoglio LGBTQ+ e proprio il primo giorno del mese c’è stata la parata in diverse città italiane, e io ho partecipato a quello di Perugia.

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La parata è sempre il momento più emozionante per la comunità perché finalmente ci spogliamo indossando il nostro vestito migliore e marciamo uniti ricordando le protagoniste delle prime lotte e i motivi per cui lottare ancora oggi per il riconoscimento della nostra esistenza fuori norma è ancora fondamentale.

La fuffa e la crusca

Di mia nonna paterna, oltre che il suo potere di guarire i suoi nipoti dall’occhiaticciu, il profumo del sapone fatto in casa con cui mi lavava i capelli, le mele cotte per merenda e la quantità industriale di caramelle al miele che teneva nel suo vestito a causa del diabete, mi rimane il ricordo della sua voce che mi raccontava una pastocchia mentre mangiavo un ciambellone cotto nella stufa a legna; erano storie a sfondo moraleggiante dirette soprattutto ai più piccoli. Me ne ricordo in particolare una che mi raffiguravo con l’aiuto dell’immagine all’interno di un piatto in cui una madonnina con le mani giunte troneggiava sul lato destro del piatto su uno sfondo verde bottiglia e davanti a lei pregava un omiciattolo dai tratti sfocati ma che poteva benissimo essere un pastorello.

Immaginate di trovarvi in collina, dove dal punto più alto di un versante guardi in basso e oltre i terrazzamenti e fino giù alle vallate meno esposte ai raggi del sole; alzando lo sguardo risali le colline antistanti e man mano l’aria diventa più chiara, perché il sole rischiara in modo più diretto e la nebbia scompare. In una di queste vallate un pastorello chiamato Titiro portava al pascolo il suo gregge di pecore. Titiro era un burlone, ma rimase scottato dal suo stesso scherzo. Una volta, mentre il sole scendeva e i pastori nei campi vicini si preparavano a ritornare all’ovile, Titiro si mise a urlare a pieni polmoni Al lupo! Al lupo!

I pastori vicini, ascoltando il grido che veniva amplificato dai fondali delle vallate, accorsero subito; ma quando arrivarono sul posto, Titiro si fece grasse risate, e i pastori, un po’ alterati, se ne tornarono dal loro gregge. Questo succese il secondo, il terzo, il quarto giorno, nel momento al calar del sole, quando Titiro si annoiava. Il quinto giorno però successe davvero: un lupo si avvicinò al gregge e dato che Titiro si era assopito, si svegliò solo quando le pecore belarono terrorizzate sotto le grinfie del lupo. Allora Titiro urlò Al lupo! Al lupo! Ma ahimè nessuno stavolta venne in suo soccorso, perché ormai gli altri pastori erano abituati a sentire questo grido e anche stavolta lo presero come una burla.

Questo per dire che lo scherzo è bello quando è corto, e che la fiducia dopo essere stata messa alla prova più volte, viene persa per sempre. Io non pretendo di entrare o giudicare la vita o le abitudini altrui, perché di mancanze ne sono pieno anche io; ma nel momento in cui accetto di far parte di un gruppo, qualunque esso sia, devo accettarne le regole. Solo perché chi di dovere non controlla che le regole vengano rispettate, ciò non mi autorizza a mandare a puttane le regole e a decidere secondo il mio arbitrio.

Nelle prime due settimane di corso mi sono puntualmente svegliato alle 5.45 di mattina per prendere il treno alle 6.52 per stare in aula alle 9; me tapino, non immaginavo che anche uno dei docenti avesse rispettato questo orario! Eppure per due settimane l’ho fatto. Altre persone – diciamo quindici su venticique – arrivavano bellamente alle 10 o anche alle 10.30 aprendo la porta e mormorando un blando e sottotono scusate il ritardo con un sorriso come se non fosse nulla; ma non una volta sola. Questo succedeva – e succede – ancora oggi. E io rimanevo zitto; non ho mai detto niente, anche se tale cosa mi turbava perché mi chiedevo: quale serietà posso aspettarmi da persone che decidono, pur con tutte le contestualizzazioni possibili, di non rispettare l’orario di un impegno? Quale rispetto posso portare e aspettarmi da queste persone, se in questi piccoli comportamenti agiscono in questo modo?

Scusate il ritardo: moltiplicato per quindici persone che lo dicono ogni giorno per venti giorni. Il primo giorno, il secondo giorno, il terzo giorno… il ventitreesimo giorno. Al lupo! Al lupo! Al lupo! Non ci credo più; al ventitreesimo giorno una scusa diventa uno slogan, un cliché. Con l’abuso, un atto linguistico come una scusa perde la propria forza, proprio come le persone. E per far tornare all’antico splendore una persona che ha subito un abuso, ci vuole coraggio e impegno. Allo stesso modo per la lingua. Una scusa ha un certo potere: quello di riconoscere il torto e quindi superarlo, il che significa cercare di modificare per quanto è umanamente possibile un comportamento lesivo.

Quando qualcuno dice scusate il ritardo ormai mi sento preso in giro. Ho perso rispetto per la serietà delle persone che lo usano, perché so che non è sincero. Sono parole buttate al vento. Mia nonna buonanima avrebbe detto aprono la bocca e je danno fiato. Da parte mia, non voglio essere così. Voglio che le persone mi rispettino, quindi rispetto le persone. Concludo l’arringa con un banale motto latino, rivisitato: verba volant, acta manent: le parole sono come il vento, i comportamenti sono quelli che fanno la differenza.


Alcuni episodi accaduti di recente riflettono e spiegano in parte quello che sta succedendo in questi anni di inquinamento emotivo, ambientale e linguistico.

Ieri l’altro Tizia Bambacioni, una delle docenti del corso, ha spiegato in classe l’argomento del telemarketing e della mail commerciale ma non solo; infatti ci consigliava anche le maniere pragmaticamente più efficaci per scrivere una email di lavoro in senso generico. Email: un’altro calco inglese che ormai ha preso diffusione, anche nella forma abbreviata mail, che però in inglese vuol dire posta cartacea, ordinaria, mentre in italiano si è venuto a sovrapporre al termine principale per intendere comunque la posta elettronica. Ma a parte questo tecnicismo, un principio esposto dalla docente mi ha sconvolto, e anche qui devo capire le cause scatenanti di tanto orrore. In pratica la tizia ci ha spiegato, anche con un eloquio non proprio pacato, ma anzi pesantemente sarcastico, che salve non dev’essere usato nelle mail d’uso commerciale, anzi a suo dire è anche pesantemente sanzionato dal punto di vista sociolinguistico poiché ‘non è né carne, né pesce’: una spiegazione esaurientissima e inattaccabile in effetti non avrebbe potuto darla neanche Umberto Eco, che gli Dèi l’abbiano in gloria. E proprio in omaggio all’illustre scrittore voglio riportare qui l’etimologia di Salve, perché mi diverto così e per riferimento futuro:

salve
fonte: Treccani.it

Ammesso e assolutamente non concesso che questo saluto sia percepito come informale nell’ambito business (leggi: fuffa) come inteso da Tizia Bambacioni, non accetto che una parola del vocabolario italiano venga definita ‘né carne né pesce’, così come non accetto la genericità della sanzione o la tendenza di Tizia Bambacioni al piuttosto che disgiuntivo, a essere onesto.

Un altro caso curioso scoppiato sulla rete, e in ispecie su Facebook, da cui poi è dilagato e degenerato fino a essere ampiamente sputtanato. Una maestra di italiano pubblica sul social la foto di un compito in cui un bambino e tutta la classe doveva scrivere accanto a dei sostantivi alcuni aggettivi accostabili adsi. Nel compito di questo bambino si nota che accanto al sostantivo fiore egli scrive petaloso come aggettivo per descriverlo. Da questo piccolo episodio di errore creativo, la maestra decide di scrivere all’Accademia della Crusca per conto del bambino per chiedere delucidazioni sul neologismo; nel pubblicare la foto del compito e della lettera di risposta della Crusca – che spiega in modo chiaro e dettagliato come vengono acquisiti i neologismi nella lingua italiana standard, e in genere in tutte le lingue – il popolo della rete si avvinghia intorno a questa vicenda in base a principi di benaltrismo e sfottò di un’ignoranza spaventosa: secondo l’opinione del popolino infatti, questo errore sarebbe stato meglio punibile con un’insufficienza al bambino e una bella lavata di capo per aver osato infangare la purezza della lingua. E poi sono i gay quelli da cui i bambini devono essere salvati?

Siamo seri: quanti italiani finora conoscevano l’esistenza o le competenze o le funzioni dell’Accademia della Crusca? e quanti dei cosidetti puristi della lingua o coloro che si burlano dell’errore del bambino prima di questo episodio come funzionano i meccanismi del cambiamento linguistico? Magari la maggior parte di coloro che in questo caso hanno assunto la veste di esperti sociolinguisti nella conversazione di tutti i giorni usano piuttosto che in senso disgiuntivo. O magari non sanno che l’innovazione tanto sbeffeggiata fu già usata per caso. O magari dovrebbero iniziare a imparare dagli addetti ai lavori e poi regalarsi uno schiaffo per ogni guancia. In ogni caso i troll e i commenti che sono andati per la maggiore sono state le critiche alla maestra. Quello che mi rende ancora più amareggiato è il pensiero di come possa crescere un bambino in questa società italiana dove gli ignoranti si ergono a intellettuali e la creatività viene derisa e punita.

Altrettanto rilevante in questi giorni è la discussione intorno alle unioni civili. Questa legge, che dovrebbe regolarizzare un vuoto legislativo che in Europa ormai solo l’Italietta può atrocemente vantare, viene difesa e osteggiata con procedure legislative e argomentazioni politiche neanche degne di uno stato governato da bestie, con moderati che augurano agli omosessuali di bruciare sui roghi oppure con aridi accostamenti alla pedofilia; per non parlare dell’abuso di retoriche a dir poco primitive sulla stepchild adoption, anche queste affrontate dalla Crusca – il cui nome appropriato è Gestazione Per Altri; insomma, un’accozzaglia di anglicismi utili solo a strumentalizzare il concetto come dispositivo di terrorismo psicolinguistico. A me la politica fa sempre più schifo, soprattutto quando spende parole avvelenate sulla pelle di persone e realtà sociali che chiedono diritti civili base. Ma si sa, di base consolidata in Italia non c’è quella linguistica, figuriamoci quella legislativa a che livello può trovarsi; ormai sappiamo bene che gli italiani amano aprire bocca e darle fiato – possibilmente in inglese perché fa figo.

Da tutti questi piccoli episodi scollegati tra loro ma che ho osservato accadere, deduco che l’umanità abbia l’urgenza e la necessità di estinguersi al più presto. Laddove un comportamento innocente viene censurato e deriso mentre aberrazioni di ogni tipo vengono diffuse e incoraggiate – come i comportamenti linguistici discriminatori e quindi anticulturali – non abbiamo più ragione di esistere. Per fortuna però abbiamo anche di che riderne.

Un parlante ha parlato.

Reblog: Michela Murgia e il dibattito su maternità e gestazione

Fonte dell’articolo: l’Espresso

Dirò solo questo: non prendo in considerazione il Family day se non per ragionare sulla scelta stessa del nome dell’evento: se non sai usare la tua propria lingua – cioè madrelingua, e vorrei sottolinearlo – per dare un nome seppur di convenzione alle tue (discutibili) idee, allora vuol dire che tali idee non sono tue proprie e dunque non hai alcun diritto di proibire scelte che le madri possono o non possono compiere.

Ho apprezzato tantissimo questo articolo perché ha posto molte delle questioni che mi frullavano in testa e che non riuscivo a formulare in modo logico; ovviamente le risposte che la scrittrice si è data non sono esaustive né probabilmente condivisibili universalmente, ma hanno il merito di porre la questione della Genitorialità per altri in modo serio ed equilibrato, senza faziosità. Michela Murgia ha affrontato prima di tutto la questione linguistica e vi ha racchiuso l’essenza del suo intervento. Poiché essendo scrittrice conosce bene il peso delle parole.

Forse la maternità non sarà mai questione che mi tocchi personalmente, perché come dice bene un signore nei commenti nell’articolo, una società veramente giusta dal punto di vista dei diritti civili si concentrerebbe sulla promozione della genitorialità adottiva, ma purtroppo non siamo ancora – e forse non lo saremo mai. Eppure sento la necessità di scriverne perché si tratta pur sempre di un diritto di autodeterminarsi.

Le leggi che consentono sono le sole che possono mettere dei limiti all’azione che stanno legittimando, per il fatto stesso di riconoscerla. L’assenza di leggi permette invece qualunque eccesso, perché nessuno degli abusi perpetrati sulla parte debole è definibile come tale: semplicemente, senza legge, non esiste.

Piccola glossa: la terminologia che viene diffusa secondo la legge (o la mancanza di essa) non viene determinata forse dalle connotazioni culturali che tale legge rende ufficiale? Stepchild adoption, unioni civili, e tutta quella trafila di eufemismi usati per non offendere le delicate orecchie dei cattonazisti che difendono a denti stretti l’unione sacrale tra l’uso della clava sulle donne che non rimangono a casa a badare alla prole e la sottomissione alla volontà di uomini vergini – o almeno che si dipingono tali.

Se qualcuno s’offende, fa due fatiche: l’opinione di un ateo conta tanto quanto quella di un cristiano.

È suonata la sveglia

Ci risiamo: di fronte alla realtà dei fatti, l’oscurantismo italiota ha ripreso a farsi sentire.

Come abbiamo saputo non senza un certo schifo, la regione lombardia – simbolo di un progressismo che si rivela spesso come elitismo – ha acceso il pirellone milanese con un messaggio francamente razzista, proprio perché il giorno dopo ci sarebbe stato un sit-in nelle piazze italiane per chiedere a gran voce i diritti civili. Nello stesso tempo, i cattointegralnazisti si lamentano dello spreco dei soldi pubblici per illuminare d’arcobaleno le facciate dei monumenti cittadini di mezza Italia, ma i soldi pubblici che finanziano l’ora di religione cattolica in uno stato che dovrebbe garantire laicità non sono mai in discussione; oppure denigrano tanto le unioni civili e l’utero in affitto ma sostengono che lo stupro di un minore è meno grave di un aborto. Per fortuna le reazioni satiriche dei social come Twitter e Facebook non si sono fatte attendere, perché di fronte a tanta becera ottusità di chi vorrebbe la donna in cucina e sottomessa non c’è da fare altro che mettersi a ridere.

La mia esperienza: io e i miei amici eravamo invece al Pantheon che partecipavamo a una giornata di speranza collettiva, consapevoli che esistono due società contrapposte dentro l’Italia, una cattonazista che di giorno grida al Family Day e di notte compra sesso dai tanto infamati (sempre da loro) sex-worker, l’altra consapevolmente a favore della storia: Napoli, Palermo, Perugia e tante altre piazze italiane gridavano a gran voce il riconoscimento giuridico di ciò che già abbiamo scritto nella Costituzione. Eppure, eppure.

Nota personale: a dir la verità, sebbene la piazza fosse piena non ho avvertito un gran coinvolgimento emotivo. Somigliava più al punto di arrivo in un percorso da gay pride qualunque; adoro i Pride ovviamente, solo che a quelli cui ho partecipato mancavano contenuti seri: se insieme alla gioia della sfilata e della musica e dei colori ci fossero anche programmi d’azione politica di un certo spessore, allora sì sarebbe tutta un’altra musica.

Come cantavano gli Inti-Illimani: el pueblo unido jamás será vencido. Questo mi auguro per il futuro bene degli italiani, immigrati, cittadini, irregolari, transessuali, extracomunitari, single, zitelli e fecondati in vitro.

Bilancio totale: oggi siamo in piazza e siamo tanti, stufi di essere trattati come la merda.

“La tessera della Lobby Gay”, un fumetto di denuncia per gridare al mondo la verità!

Entra anche tu a far parte della Lobby Gay™: una tessera, molteplici opportunità!

Non ci sono solo le etero

In questi giorni, grazie a Bruno Vespa, anche gli italiani che erano sfuggiti a questa fondamentale notizia, sono venuti a conoscenza di un segreto che tutti noi gay e lesbiche giuriamo di mantenere sin da quando, in culla, ci viene consegnato il nostro primo boa di piume di struzzo (ai maschi) e la nostra chiave per il camion (alle femmine): l’esistenza della Lobby Gay.

 Orgogliosi eredi della Carboneria, Massoneria e svariate altre -ia, anche noi tramiamo nell’ombra per conquistare il mondo, cosa che, per inciso, ci riesce particolarmente bene in Italia, luogo dove non abbiamo uno straccio di diritto e non esiste manco una legge contro l’omofobia.

 Un esercizio del potere quindi, talmente tanto mysterioso e criptico, che certe volte sfugge persino a noi.

 Ma del resto chi mai sospetterebbe che in Italia esista un gruppo di potere così forte da riuscire a condizionare le decisioni di uno stato…

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Reblog: La vittoria del matrimonio gay non riguarda l’uguaglianza

insomma, Queer è ancora una parolaccia nella prospettiva economica. La libertà di creare una famiglia non comporta automaticamente la libertà di autodeterminarsi.

Queer up!

originale qui, traduzione di Agnes Nutter e feminoska, revisione di Jinny Dalloway. Buona lettura!

L’attivista queer Yasmin Nair sostiene che la lotta per il matrimonio gay sia stata guidata da un movimento elitario e conservatore – 26 giugno 2015

La dott. Yasmin Nair è una scrittrice, attivista, accademica e commentatrice freelance di Chicago. È co-fondatrice del collettivo editoriale Against Equality (“Contro l’uguaglianza”) e componente di Gender JUST, un’organizzazione di attivismo radicale di base di Chicago. Figlia bastarda della teoria queer e del decostruzionismo, Nair ha al suo attivo numerosi saggi critici e recensioni editoriali, è fotografa e scrive come opinionista e giornalista investigativa. Ha pubblicato, tra gli altri, su These Times, Montlhy Review, The Awl, The Chicago Reader, GLQ, The Progressive, make/shift, Time Out Chicago, The Bilerico Project, Windy City Times, Bitch, Maximum Rock’n’Roll, e No More Potlucks.

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Reblog: Mentre il matrimonio omosessuale vince, il diritto all’aborto perde

[L’articolo originale non si trova più, quindi la traduzione è passata allo status di originale.]

Queer up!

Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

gay love

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di…

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Reblog: Della Teoria del Gender e altre trame fantasy

La chiesa che denuncia la colonizzazione ideologica è veramente l’esempio più lampante del proverbiale toro che dice cornuto all’asino, per rimanere nello spazio di metafore civili.

Dalle parole del prelato affiora un pensiero molto chiaro: nei secoli scorsi era cosa buona e giusta sottomettere, torturare e sterminare non solo culturalmente ma anche fisicamente le popolazioni dell’America del sud, per citare solo uno degli innumerevoli esempi, in nome dell’ideologia cristiana; oggi invece che la società sta iniziando ad aprire gli occhi sul vero significato del rispetto dell’Altro, si sta attuando una colonizzazione ingiustificabile, perché eliminerebbe il potere ideologico che la chiesa cattolica ha instaurato nel nostro paese – e non solo! – con il passare dei secoli.

Fatemelo dire: da che pulpito viene la predica!

Sì, siamo i sovvertitori e distruttori della morale cristiana, del binarismo di genere, e fate bene ad avere paura del queer. Perché il queer è in ognuno di noi e di voi, e una volta capito questo è difficile ignorarlo.

Al di là del Buco

Stamattina leggo un pezzo di Rosaria Iardino che scrive al Cardinal Bagnasco per segnalare il fatto che lei esiste, esiste il suo amore per un’altra donna ed esiste anche la loro figlia frutto di procreazione medicalmente assistita. Rosaria si riferisce ad un discorso che il Cardinale ha pronunciato in una riunione, assemblea, tavola rotonda, non so come definirla, della Cei. Il discorso che il Cardinale ha pronunciato è fatto di molte citazioni. Lui riferisce cose dette dal Santo Padre in vari incontri qui e là per il mondo. Esprime, immagino, anche il proprio parere, giacché non è la prima volta che si espone per raccontare la sua opinione sullo stesso tema.

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Reblog: A Requiem for Leelah

It is your life that I will honor. It is your uniqueness and the uniqueness of all the others who today suffer as you did. I will fight that all those lives come out of the shadows and live and become powerful. You were not a number. They are not a number. You, they, are incredible and important human lives and I want to feel and experience your impact.

fonte: A Gay Dad’s Requiem for Leelah, the Matthew Shepard of Our Time.

Di questa vicenda ne scriverò ancora e ancora, dovessi passare tutto l’anno a scrivere su cause e conseguenze che hanno portato una diciassettenne a suicidarsi.

Qualche giorno fa pubblicai la lettera che Leelah aveva scritto prima di suicidarsi. Oggi voglio pubblicare una delle migliaia di voci che si sono levate a proteggere il sacrificio di questa giovane vita.

Negli ultimi anni si è iniziato a dare la giusta ma sempre tardiva risonanza alle atroci cronache e testimonianze di omo-transfobia (in questa parola includo tutte le violenze di genere e razziste).

Avevamo bisogno di un’altra vittima per ricordarci che It gets better non significa niente? Siamo ancora all’alba di una lunga ed estenuante era; con l’approvazione di adozione e matrimoni si è aperta solo una crepa nel muro del pregiudizio, e niente è più inutile del diritto di sposarsi quando in famiglia vieni lapidato per essere te stess*. dobbiamo essere noi in quanto umani e in quanto queer a promuovere il rispetto della persona, che dovrebbero trascendere (se non ispirare) le religioni.

A Natale coi Diritti

Anch’io vi auguro buone feste con questo manifesto trovato per caso:

discriminazioNE GROssolana dimostrazione ignoranza

Auguri a chi rispetta il prossimo