Reblog: A Leelah Alcorn

Ripubblico un articolo pieno di rabbia che scrissi cinque anni fa quando giunse la notizia del suicidio di Leelah. Lo ricondivido nel Giorno della Memoria per onorare lei e tutt* le persone transgender ignorate e uccise dalla violenza di genere. Solidarietà incondizionata a chi lotta per essere visibile.


Prendetevi un fottuto momento per leggere la lettera d’addio che Leelah ha scritto prima di buttarsi dalla finestra della sua camera:

If you are reading this, it means that I have committed suicide and obviously failed to delete this post from my queue.

Please don’t be sad, it’s for the better. The life I would’ve lived isn’t worth living in… because I’m transgender. I could go into detail explaining why I feel that way, but this note is probably going to be lengthy enough as it is. To put it simply, I feel like a girl trapped in a boy’s body, and I’ve felt that way ever since I was 4. I never knew there was a word for that feeling, nor was it possible for a boy to become a girl, so I never told anyone and I just continued to do traditionally “boyish” things to try to fit in.

When I was 14, I learned what transgender meant and cried of happiness. After 10 years of confusion I finally understood who I was. I immediately told my mom, and she reacted extremely negatively, telling me that it was a phase, that I would never truly be a girl, that God doesn’t make mistakes, that I am wrong. If you are reading this, parents, please don’t tell this to your kids. Even if you are Christian or are against transgender people don’t ever say that to someone, especially your kid. That won’t do anything but make them hate them self. That’s exactly what it did to me.

My mom started taking me to a therapist, but would only take me to christian therapists, (who were all very biased) so I never actually got the therapy I needed to cure me of my depression. I only got more christians telling me that I was selfish and wrong and that I should look to God for help.

When I was 16 I realized that my parents would never come around, and that I would have to wait until I was 18 to start any sort of transitioning treatment, which absolutely broke my heart. The longer you wait, the harder it is to transition. I felt hopeless, that I was just going to look like a man in drag for the rest of my life. On my 16th birthday, when I didn’t receive consent from my parents to start transitioning, I cried myself to sleep.

I formed a sort of a “fuck you” attitude towards my parents and came out as gay at school, thinking that maybe if I eased into coming out as trans it would be less of a shock. Although the reaction from my friends was positive, my parents were pissed. They felt like I was attacking their image, and that I was an embarrassment to them. They wanted me to be their perfect little straight christian boy, and that’s obviously not what I wanted.

So they took me out of public school, took away my laptop and phone, and forbid me of getting on any sort of social media, completely isolating me from my friends. This was probably the part of my life when I was the most depressed, and I’m surprised I didn’t kill myself. I was completely alone for 5 months. No friends, no support, no love. Just my parent’s disappointment and the cruelty of loneliness.

At the end of the school year, my parents finally came around and gave me my phone and let me back on social media. I was excited, I finally had my friends back. They were extremely excited to see me and talk to me, but only at first. Eventually they realized they didn’t actually give a shit about me, and I felt even lonelier than I did before. The only friends I thought I had only liked me because they saw me five times a week.

After a summer of having almost no friends plus the weight of having to think about college, save money for moving out, keep my grades up, go to church each week and feel like shit because everyone there is against everything I live for, I have decided I’ve had enough. I’m never going to transition successfully, even when I move out. I’m never going to be happy with the way I look or sound. I’m never going to have enough friends to satisfy me. I’m never going to have enough love to satisfy me. I’m never going to find a man who loves me. I’m never going to be happy. Either I live the rest of my life as a lonely man who wishes he were a woman or I live my life as a lonelier woman who hates herself. There’s no winning. There’s no way out. I’m sad enough already, I don’t need my life to get any worse. People say “it gets better” but that isn’t true in my case. It gets worse. Each day I get worse.

That’s the gist of it, that’s why I feel like killing myself. Sorry if that’s not a good enough reason for you, it’s good enough for me. As for my will, I want 100% of the things that I legally own to be sold and the money (plus my money in the bank) to be given to trans civil rights movements and support groups, I don’t give a shit which one. The only way I will rest in peace is if one day transgender people aren’t treated the way I was, they’re treated like humans, with valid feelings and human rights. Gender needs to be taught about in schools, the earlier the better. My death needs to mean something. My death needs to be counted in the number of transgender people who commit suicide this year. I want someone to look at that number and say “that’s fucked up” and fix it. Fix society. Please.

Goodbye,

(Leelah) Josh Alcorn

fonte: tumblr: satan’s wifey.

Questa è la lettera d’addio che la diciassettenne Leelah Alcorn ha scritto prima di suicidarsi su Tumblr. Non servono parole per descrivere l’accaduto. Questo è il motivo per cui ancora l’omo-transfobia uccide, eccome se uccide.

Leelah si è suicidata pochi giorni fa. Allora cosa cazzo vogliamo festeggiare? L’avvento di un altro anno segnato da violenze, bullismo, suicidi? Io non festeggio. Berrò alla memoria di Leelah e di tutte quelle vittime suicide a causa di violenze e abusi. Ecco come ricorderò l’anno che sta per concludersi.

Lotto marzo

I rametti di mimosa strappati dai rami e messi in bustine di plastica argentate sono l’opposto di ciò che l’otto marzo rappresenta.

Se davvero fosse chiaro ciò che viene celebrato l’otto marzo, i piccoli pallini gialli e profumati di mimosa fiorirebbero indisturbati sui rami invece che appassiti in bustine di plastica.

E infatti ancora oggi le donne (e i terzi sessi) vengono tenute ad appassire in bustine di plastica prodotte dalle morali patriarcali-religiose.

I generi dell’Italiano

Ho alcune cose da dire sul volumetto numero 4 della collana L’Italiano prodotta in collaborazione tra Repubblica e Accademia della Crusca. Mi ero avvicinato al titolo pieno di speranze: accidenti, oltre alla banale diade sindaco e sindaca, nel titolo c’è anche la dicitura ‘il linguaggio di genere’, perciò oltre ai generi maschile e femminile già preannunciati in copertina, ci sarà spazio per gli altri generi. Ebbene, fui amaramente deluso già dal primo paragrafo della prima pagina:

negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli appelli a evitare l’uso sessista della lingua e a far sì invece che essa diventi strumento di parità e di riconoscimento di uguali diritti fra donne e uomini [corsivo mio]

Con buona pace di chi non è né donna ne uomo insomma, ossia di coloro che non si riconoscono né nell’uno né nell’altro genere. E infatti in questo opuscolo non si parla di abolire le discriminazioni verso le identità di genere qualunque esse siano, ma solo verso l’identità sessuale femminile, come viene spiegato cinque righe dopo:

[il sessismo linguistico] definisce gli usi linguistici che risultano discriminanti in base al sesso

Eccoccuàh.

Se questi sono i paragrafi introduttivi possiamo ben immaginare dove va a parare il resto: la disamina è rivolta a mettere in luce le dissimmetrie linguistiche che hanno caratterizzato l’uso della lingua italiana fin dall’ottocento nei confronti delle donne sia nei mezzi di comunicazione di massa sia da parte delle istituzioni, che in realtà hanno cercato di migliorare la situazione, e per tutta la durata della ricognizione si prende a modello le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Alma Sabatini, deputata che nel 1987 fu patrocinata pr questo lavoro dalla commissione per le pari opportunità della Camera.

È chiaro dunque che in questo volumetto non si affronta il tema della discriminazione linguistica dell’identità di genere, ma solo verso una identità sessuale: siamo nella dicotomia uomo vs. donna, maschi contro femmine. Di identità di genere non si parla affatto. Per questo sono rimasto abbastanza deluso: non si tratta di altro che di un manualetto che vuole esaltare la politica linguistica della burocrazia amministrativa, la quale pian piano negli anni si è adeguata a un uso non discriminante della lingua nei confronti delle donne.

È bene precisare che non trovo nulla di male in questo, anzi: ogni passo verso l’abolizione delle discriminazioni è una conquista importante che va riconosciuta e celebrata; l’intento di mostrare un indirizzo non discriminatorio da parte delle istituzioni statali verso le donne non può essere altro che lodevole. Ma compiuti questi passi, ce ne sono molti altri da fare dal punto di vista linguistico: oltre le identità sessuali, esistono le identità di genere come quelle trans* – fatto che nell’opuscolo viene completamente disconosciuto – e anche queste meritano un riconoscimento linguistico e quindi culturale nello spazio della lingua italiana.

Il problema è che non esistono solo uomini e donne, e soprattutto la lingua non dovrebbe discriminare a prescindere dall’identità, che sia sessuale o di genere. Ma il mio pensiero è che la lingua italiana essendo così pesantemente dicotomica nella concettualizzazione dei generi, non è facile pensare al di fuori di questa dicotomia.

differenzafraidentitc3a0digenereespressionedigeneresessobiologicoeorientamentosessuale

i volantini

alla stazione di F. due ragazzi poco più che maggiorenni occupano due posti l’uno accanto all’altro. iniziano a parlottare di quanto sia difficile la vita universitaria, soprattutto seguire le lezioni i cui orari vengono distribuiti in tutto l’arco della giornata; partono in una disamina sociologica dei colleghi di corso:
‘noi siamo trecento, è il corso più numeroso della facoltà!’
‘così pochi?’ minimizza lei senza scomporsi ‘noi al primo anno eravamo novecento’;
‘da noi non c’è quasi nessun romano’
‘eh, i romani vanno al nord, e a roma vengono dal sud’
‘sì cè infatti da noi la maggior parte so calabresi’
‘ah, invece da noi la maggioranza so napoletani’
‘eh ma è che il nostro corso sta solo a roma, ecco perché vengono tutti qui, cè ce sta gente da parma, da firenze, da bari…’

le varianti antropologiche vengono esaurite. di etichetta in etichetta si giunge all’inevitabile racconto delle esperienze al di fuori dell’accademia:
<<abbiamo conosciuto una che abbiamo aggiunto a buffo sul gruppo dell’università di whatsapp, ‘na soggetta: l’avemo conosciuta che faceva volantinaggio davanti alla libreria ***, c’abbiamo iniziato a parla’… cè questa fa volantinaggio pe pagasse il book, le cose, perché vole fa la modella ”eh sì, vojo annà nella stessa agenzia de Belen, là so seri”. ma vojo dì, mo te la faccio vede questa, maa vedi? cè ma ndo va, non è brutta ma manco te poi mette ar livello de Belen, cè manco c’hai er fisico, ma poi guarda come va vestita, cè fai schifo fijola nzomma”.

nessuno a diciott’anni è un paladino del principio di autodeterminazione, ma le risate alla faccia della ragazza dei volantini, con quella tonalità superficiale e maliziosa di chi pensa di detenere la verità assoluta nel distinguere il bene dal male esprimono lo scherno tipico di coloro che si imbevono di spettacolo e moda. anch’io alla loro età ero così, tristemente.

vent’anni dopo

lui, vittima dell’abbaglio di lustrini ed ecopelle, lei una sheherazade senza testa sulle spalle, entrambi con troppi reagenti chimici sotto la cute e vestiti a puntino che vengono pagati per schernire l’abbigliamento dei passanti in una strada cittadina. mentre si guardano intorno per cercare qualche bersaglio che non gli consigli a loro volta di andare a giocare a mosca cieca sull’autostrada, lo sguardo di lui si posa su un cartellone pubblicitario che rivela le fattezze di una ragazza che posa in mutande e reggiseno con il solito sguardo ammiccante; lui strizza gli occhi da dietro gli occhiali da sole troppo grandi e innecessari poiché il cielo a breve promette pioggia: possibile che sia proprio lei, la ragazza dei volantini, su un cartellone pubblicitario?

Reblog: A Requiem for Leelah

It is your life that I will honor. It is your uniqueness and the uniqueness of all the others who today suffer as you did. I will fight that all those lives come out of the shadows and live and become powerful. You were not a number. They are not a number. You, they, are incredible and important human lives and I want to feel and experience your impact.

fonte: A Gay Dad’s Requiem for Leelah, the Matthew Shepard of Our Time.

Di questa vicenda ne scriverò ancora e ancora, dovessi passare tutto l’anno a scrivere su cause e conseguenze che hanno portato una diciassettenne a suicidarsi.

Qualche giorno fa pubblicai la lettera che Leelah aveva scritto prima di suicidarsi. Oggi voglio pubblicare una delle migliaia di voci che si sono levate a proteggere il sacrificio di questa giovane vita.

Negli ultimi anni si è iniziato a dare la giusta ma sempre tardiva risonanza alle atroci cronache e testimonianze di omo-transfobia (in questa parola includo tutte le violenze di genere e razziste).

Avevamo bisogno di un’altra vittima per ricordarci che It gets better non significa niente? Siamo ancora all’alba di una lunga ed estenuante era; con l’approvazione di adozione e matrimoni si è aperta solo una crepa nel muro del pregiudizio, e niente è più inutile del diritto di sposarsi quando in famiglia vieni lapidato per essere te stess*. dobbiamo essere noi in quanto umani e in quanto queer a promuovere il rispetto della persona, che dovrebbero trascendere (se non ispirare) le religioni.

A Leelah Alcorn

Prendetevi un fottuto momento per leggere la lettera d’addio che Leelah ha scritto prima di buttarsi dalla finestra della sua camera:

If you are reading this, it means that I have committed suicide and obviously failed to delete this post from my queue.

Please don’t be sad, it’s for the better. The life I would’ve lived isn’t worth living in… because I’m transgender. I could go into detail explaining why I feel that way, but this note is probably going to be lengthy enough as it is. To put it simply, I feel like a girl trapped in a boy’s body, and I’ve felt that way ever since I was 4. I never knew there was a word for that feeling, nor was it possible for a boy to become a girl, so I never told anyone and I just continued to do traditionally “boyish” things to try to fit in.

When I was 14, I learned what transgender meant and cried of happiness. After 10 years of confusion I finally understood who I was. I immediately told my mom, and she reacted extremely negatively, telling me that it was a phase, that I would never truly be a girl, that God doesn’t make mistakes, that I am wrong. If you are reading this, parents, please don’t tell this to your kids. Even if you are Christian or are against transgender people don’t ever say that to someone, especially your kid. That won’t do anything but make them hate them self. That’s exactly what it did to me.

My mom started taking me to a therapist, but would only take me to christian therapists, (who were all very biased) so I never actually got the therapy I needed to cure me of my depression. I only got more christians telling me that I was selfish and wrong and that I should look to God for help.

When I was 16 I realized that my parents would never come around, and that I would have to wait until I was 18 to start any sort of transitioning treatment, which absolutely broke my heart. The longer you wait, the harder it is to transition. I felt hopeless, that I was just going to look like a man in drag for the rest of my life. On my 16th birthday, when I didn’t receive consent from my parents to start transitioning, I cried myself to sleep.

I formed a sort of a “fuck you” attitude towards my parents and came out as gay at school, thinking that maybe if I eased into coming out as trans it would be less of a shock. Although the reaction from my friends was positive, my parents were pissed. They felt like I was attacking their image, and that I was an embarrassment to them. They wanted me to be their perfect little straight christian boy, and that’s obviously not what I wanted.

So they took me out of public school, took away my laptop and phone, and forbid me of getting on any sort of social media, completely isolating me from my friends. This was probably the part of my life when I was the most depressed, and I’m surprised I didn’t kill myself. I was completely alone for 5 months. No friends, no support, no love. Just my parent’s disappointment and the cruelty of loneliness.

At the end of the school year, my parents finally came around and gave me my phone and let me back on social media. I was excited, I finally had my friends back. They were extremely excited to see me and talk to me, but only at first. Eventually they realized they didn’t actually give a shit about me, and I felt even lonelier than I did before. The only friends I thought I had only liked me because they saw me five times a week.

After a summer of having almost no friends plus the weight of having to think about college, save money for moving out, keep my grades up, go to church each week and feel like shit because everyone there is against everything I live for, I have decided I’ve had enough. I’m never going to transition successfully, even when I move out. I’m never going to be happy with the way I look or sound. I’m never going to have enough friends to satisfy me. I’m never going to have enough love to satisfy me. I’m never going to find a man who loves me. I’m never going to be happy. Either I live the rest of my life as a lonely man who wishes he were a woman or I live my life as a lonelier woman who hates herself. There’s no winning. There’s no way out. I’m sad enough already, I don’t need my life to get any worse. People say “it gets better” but that isn’t true in my case. It gets worse. Each day I get worse.

That’s the gist of it, that’s why I feel like killing myself. Sorry if that’s not a good enough reason for you, it’s good enough for me. As for my will, I want 100% of the things that I legally own to be sold and the money (plus my money in the bank) to be given to trans civil rights movements and support groups, I don’t give a shit which one. The only way I will rest in peace is if one day transgender people aren’t treated the way I was, they’re treated like humans, with valid feelings and human rights. Gender needs to be taught about in schools, the earlier the better. My death needs to mean something. My death needs to be counted in the number of transgender people who commit suicide this year. I want someone to look at that number and say “that’s fucked up” and fix it. Fix society. Please.

Goodbye,

(Leelah) Josh Alcorn

fonte: tumblr: satan’s wifey.

Questa è la lettera d’addio che la diciassettenne Leelah Alcorn ha scritto prima di suicidarsi. Non servono parole per descrivere l’accaduto. Questo è il motivo per cui ancora l’omo-transfobia uccide, eccome se uccide.

Leelah si è suicidata pochi giorni fa. Allora cosa cazzo vogliamo festeggiare? L’avvento di un altro anno segnato da violenze, bullismo, suicidi? Io non festeggio. Berrò alla memoria di Leelah e di tutte quelle vittime suicide a causa di violenze e abusi. Ecco come ricorderò l’anno che sta per concludersi.

A Natale coi Diritti

Anch’io vi auguro buone feste con questo manifesto trovato per caso:

discriminazioNE GROssolana dimostrazione ignoranza

Auguri a chi rispetta il prossimo

Reblog: Transgender teen suicide

This article in loving memory of  Riley Matthew Moscatel is about a transgender 17-year-old who committed suicide this week.

It’s an excruciating pain when you think that your life is not worthwhile, and one must understand his choice. We queer people, and especially transgender people, are not to be treated as human beings, we are just objects to abuse. Rest in power Riley.

Another piece of my faith in human goodness is gone with him. May Riley find in Heaven all the peace and love he didn’t find here.

Un corto di animazione per combattere l’omofobia

Domandiamoci cos’hanno in comune l’omofobia e l’espatrio; troveremo la risposta poco più in là del nostro naso, in questo corto animato.

PLUGIN: un corto di animazione per combattere l’omofobia.

L’omofobia è una sottospecie di razzismo. Sta a noi estirparla.

La protesta di Vladimir Luxuria a Sochi

Stavo cercando qualche articolo della stampa estera che trattasse del caso Vladimir Luxuria in Russia e googlando qua e là ho trovato qualche esempio:

The Guardian

The Independent

AmericaBlog

CBC News

Canada.com

New York  Times

The Washington Post

Gli articoli sono tratti da testate anglofone, ma l’aspetto più interessante non riguarda l’articolo stesso o il modo in cui è stata presentata la vicenda, ma i commenti degli utenti a seguire – il più divertente e “alto” cita la prima lettera ai Corinzi come prova inconfutabile del male insito nel movimento omosessuale. Ma vabbè, di persone ferme al III secolo d.C. ce n’è a iosa, quindi andiamo avanti.

Ciò che mi fa più ribrezzo invece è proprio il modo di affrontare la questione da parte degli italiani. C’è stata zero solidarietà da parte dellopinione pubblica, e soprattutto un silenzio omertoso da parte delle istituzioni, troppo occupati a sbattersi inseguendo l’ultima buffonata di cambio di governo. Chiaramente il petrolio di cui ci riforniscono è più importante delle vite umane che rischiano la vita cercando di protestare contro l’ingiustizia.

Da qualche parte in questo mondo c’è chi sta combattendo per diritti civili che riguardano tutti, ma proprio tutti tutti, anche coloro che protestano perché si sentono vittime della “propaganda ghei”; tuttavia chi si impegna a protestare contro leggi disumane non sta in parlamento, non sono rappresentanti dello stato. Sono persone che lottano per strada, che non hanno paura di guardare in faccia la paura.