Commenti imbarazzanti e indesiderati

  • “Ma mangi??”

Foto presa da un gruppo facebook sulle MICI. Purtroppo l’atteggiamento dietro ogni dei precedenti commenti implica una certa critica o giudizio, seppur velato, che chi soffre si trova a dover subire.

Ribadiamo il concetto: se non ce l’hai, non puoi capire. se non riesci a capire, non giudicare; chiedi.

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Melodì: Il cigno di Tuonela

In tempi di buio totale, un raggio di luce e conforto puoi sempre trovarlo nella musica. Per un caso fortunato, mi è capitato sotto gli occhi un articolo incentrato su questo pezzo, e dopo aver ascoltato l’esecuzione qui sopra, ne sono rimasto affascinato.

In tempi di disperazione e paranoia come quelli che sto vivendo, la musica del novecento sembra essere l’unico tipo di espressione che veicoli in modo pieno e completo quello che sento. È da un po’ di tempo in effetti che, quando per un’abitudine ormai esausta e abusata di politeness, mi chiedono come sto, vorrei poter rispondere con una suite di Sibelius o un quartetto per archi di Britten, invece di rassicurare malamente sul fatto che stia bene.

Come se a chi pone questa domanda, ormai entrata nel deposito dei dispositivi retorici più abusati, importasse davvero. Mi chiedo in che modo e attraverso quali criteri della socialità sia dilagata l’abitudine di chiedere come si sta al prossimo, al passante che si conosce vagamente, al conoscente che segretamente si disprezza, quando non s’intende affatto conoscere realmente il suo stato d’animo o informarsi della sua salute, ma ciò che si pone davanti al malcapitato interlocutore è unicamente l’egoistica pretesa di sentirsi replicare delle sciatte variazioni sull’avverbio ‘bene’ accompagnato dalla volgare aspettativa di sentirsi chiedere la stessa cosa. Politeness gone wrong. Conosco alcuni che non ne possono fare a meno, nello stesso inquietante modo in cui l’umanità di Brave New World non può non fare ricorso a sostanze sintetiche.

Non sono pronto ad assumere sostanze sintetiche. Ho ancora un cervello, degli organi che pensano, dei sensi attivi, e soprattutto ho delle emozioni che hanno bisogno di essere espresse; e la musica classica ha il divino (non uso quest’aggettivo senza consapevolezza) potere di affrancare la Verità degli stati d’animo permettendo loro di trionfare nella luce.

L’ultima speranza

Mancano due settimane esatte a Natale 2014, e quali buoni propositi devo escogitare per correre ai ripari?

Bilancio in breve: fisicamente sto bene. Non posso davvero lamentarmi della salute fisica, perché potrei stare molto peggio: per esempio in ospedale a farmi ravanare gli intestini; potrei non avere una casa, l’acqua calda o il cibo per mangiare. E questi scenari non sono così remoti dopotutto.

Attività e passioni ne ho ancora di più: ho una caterva di libri e altrettanti interessi – non strettamente intellettuali – a cui dedicarmi se solo una giornata durasse 117 giorni come su Venere (per scrivere questo inciso sono andato a controllare su Wikipedia i dati del nostro Sistema Solare: ebbene sì, adoro anche l’Astronomia). È soprattutto grazie ai miei interessi che non sono ancora impazzito del tutto. Ringrazio il mio cervello di essere perennemente curioso.

Che altro? Ah sì, non ho un lavoro, potrei finire sul lastrico nel giro di due anni. Ma una soluzione c’è anche a questo, se se ne presentasse il caso. Però, però. Nel mio prossimo futuro ci sono i pranzi delle festività natalizie, andare a teatro a vedere Lo schiaccianoci, e ascoltare ore di ottima musica. Per ora non chiedo nient’altro, non potrei essere più in pace di così.

Probabilmente mancano un saio e un paio di sandali con calzini bianchi di spugna, e sono pronto per l’eremitaggio. Con molto disagio, ho scoperto che non sono capace a stare in mezzo alla società; ho scoperto di trovarmi a disagio con le persone, che non so farmi capire, che mando messaggi ambigui quando non del tutto ostili. Ma soprattutto non ho intenzione di sprecare le due briciole di affetto che mi rimangono per qualcuno o qualcosa che prima o poi mi farà male. Tanto va sempre a finire così.

Avendo notato che il tempo sono solo numeri che diamo al nostro approssimarci alla morte, e dato che il tempo terrestre è infinitamente più insignificante di quello dell’universo intero proprio non mi va di sprecarlo dietro a insignificanze brutte o vuote come guastarmi i nervi con il lato peggiore della vita. Dato che non posso (ancora) andare a vivere in una fattoria lontana dalla civiltà, guardo e registro i dettagli.

È solo per un breve lampo che rimaniamo attaccati a questa crosta di terra. Mentre a noi scadono le bollette, le lune di Giove si rincorrono. Per questo ho deciso di godermi solo il meglio che questo aggregato di materia e antimateria mi offre, ossia la Musica. È grazie alla Musica che riesco ancora a credere nell’Essere fondamentale del creato.

Oltre che misantropo sono diventato anche ripetitivo. L’ultima speranza che mi rimane sono le sonate per flauto e arpa di Mozart, o Debussy. Amo Debussy; e già è qualcosa.

Fiamma che brucia

E’ una di quelle serate. Luce dimessa, occhi stanchi di niente, fiacchezza ingiustificata.

Ho cercato di rivedere qualcosa, mi fa tutto orrore. Stanchezza e nausea, parole vuote e senza significato.

Non mi basta mai nulla. Mi sono stancato di essere quello che scrive per forza. Eppure sento dovere di scrivere, ho appena sfiorato la superficie con un lembo di pelle dopo aver scritto qualcosa di vero. Queste quattro parole che si scrivono per far vedere la propria voce – come un giocoliere che ingoia benzina e poi sputa fuoco – non mi bastano, non sono abbastanza. Non voglio essere migliore. Voglio essere meglio.

Il sole soffiava e il vento arrivò puntuale quel giorno. Virginia si alzò dal letto cercando a tentoni gli occhiali sul comodino; a quell’ora del mattino la luce entrava prepotentemente dalla finestra, e come ho fatto a non svegliarmi prima? La testa mi gira un po’, sarà normale dopo aver bevuto così tanto iersera. Quella bottiglia non voleva darmela vinta. Dov’è il maglione? Si guardò attorno strizzando gli occhi – dove sono quei maledetti occhiali – e individuò una pozza di color rosso sopra la sedia-armadio. Si infilò il maglione con un brivido di reazione alla temperatura esterna – esterna al letto – e si diresse verso il bagno per compiere anche quella funzione. Nello stesso momento Ebby stava per svegliarsi da un sonno molto più profondo.

La situazione era disperata: il cucchiaino aveva iniziato a raschiare il fondo del barattolo, di miele ce n’era appena per altri cinque-sei giorni al massimo. Poi avrebbe dovuto ricomprarlo, perché poteva anche non aver mai toccato una tinta per capelli, ma non ammetteva che in casa di un gay non ci fosse del miele per addolcire il tè. Ci avrebbe fatto una pessima figura con i suoi amici. Prese un fiammifero e lo sfregò due o tre volte – da quando avevano liberalizzato il commercio dei fiammiferi la qualità si era abbassata del tutto. Quei legnetti che lo costringevano a emettere mugugni di rabbia e gli procuravano scottature varie alle dita e in vari punti delle braccia, erano così perfidi – la malignità fatta oggetto casalingo. Gli davano i nervi, e dio solo sa quanto gli faceva male arrabbiarsi, ma non avrebbe mai sostituito quei legnetti con quelle cineserie degli accendini a gas dal collo lungo.

Erano semplicemente ridicoli. E soprattutto non avevano quella fragranza, quell’odore unico e insostituibile che emanavano i cerini quando venivano sfregati contro la patina marroncina ai lati delle scatole che li contenevano. Tutto intorno a quelle scatolette che raffiguravano paesaggi naturalistici fin de siècle e stampe a colori di vario genere, ruotava intorno al momento del cic, il rumore che scattava grattando la punta rossa del bastoncino sulla striscia di carta smerigliata. Poi seguiva un soffio, la punta rossa si incendiava; e i primi istanti di vita di quella fiammella erano scossi come da un vento fortissimo, una raffica che sconvolgeva la testa del cerino e in un secondo portava via il colore vivo della testa. Durante l’ondata dell’accensione quel miscuglio di polvere da sparo e cera era allora un ottimo dissolvente, oltre che di ossigeno, per gli occhi che lo osservavano. Si risolveva un conflitto nello spazio di un batter d’occhio, e l’odore che quel vento di fuoco generava arrivava alle narici di Ebby, e stranamente lo rendeva felice. Tutto ciò che gli faceva male lo rendeva felice. Respirava a pieni polmoni il fumo bruciato della capocchia di fiammifero, e ne ricavava un sorriso beato. Quell’odore arrivava da lontanissimo, una vita fa.

La colazione era stata preparata da mamma, che era in piedi già da almeno un’ora. Latte e orzo si trovavano in un pentolino sul fornello, ma non era acceso; era lui a doverlo riscaldare. In bagno a lavarsi, poi di nuovo in cucina, ma passando per la camera da letto diede una scorsa alla camera nella penombra bluastra del mattino, ed ebbe una piccola stretta al cuore: il letto disfatto era lì, triste, con le lenzuola morbidissime di flanella, e non avrebbe voluto lasciarlo in quel modo per affrontare il freddo della casa né tantomeno per andare a scuola e sentire gli strilli delle maestre. Ma era ora di fare colazione. Prese la scatoletta di fiammiferi grande – quella piccola era di un’altra marca, e con una smorfia si disse che non valevano niente – e ne accese uno, soppesando nel frattempo su quale fornello mettere a scaldare il latte.

Decise per quello medio. Fece una sniffata involontaria all’odore del fumo provocato dal cerino acceso ed ebbe un giramento di testa. Chiuse gli occhi perché era arrivato subito uno starnuto e non voleva iniziare a cacciare lacrime nello stesso momento. Ma quel momento passò e restò con la bocca mezzo aperta per qualche minuto. Chiudi la bocca che entrano le mosche! disse mamma. Devo mettere il libro di lettura nello zaino. Acceso il fornello, corse in camera a vestirsi. Come sempre impiegò cinque minuti, poi tornò in cucina dal bricco fumante di latte e orzo e ne trasferì il contenuto nella sua tazza dei Pesci. Aveva buttato il cerino, ormai dalla capocchia nera, nel camino spento. Oggi anche gli altri leggeranno la storia del cavallo alato! e sorrise, pensando che finalmente avrebbe potuto dire di conoscere la storia senza che gli dessero del secchione.

Ho ritrovato la parola. Sembra che quella delle memorie sia la strada giusta. Da un piccolo esperimento sembra che possa ricavare mille diversi sbocchi di intreccio, e ad ogni bivio la strada diventa sempre più piana, meno folta di alberi e luminosa. La difficoltà che trovavo era semplicemente di argomento. In dieci minuti ho scritto più di trecento parole e se mi soffermassi un altro po’ potrei andare avanti. Se il sentiero è così facile da seguire, perché mezz’ora fa mi sentivo frustrato? Cosa devo fare per tenere premuto il grilletto?

Avanzi

A volte mi capita di lasciare nella tazza una discreta quantità di tè, e se dopo un po’ mi accorgo che ormai non è più potabile una sensazione simile al rimorso si aggrappa al petto e mi lascia senza respiro. È come cancellare completamente, senza aver salvato, un saggio per cui abbiamo lavorato tanto e a cui abbiamo dedicato giorni di ricerche frenetiche pur di arrivare a difendere una tesi strampalata; è peccato e così ingiusto non portare a termine una prova del genere perché nei momenti prima portiamo nel cuore con tanta speranza in un amico fidato che cancella con della schiuma dorata una parte dell’insostenibilità di giornate come questa, e poi lo abbandoniamo senza nemmeno accorgerci di quello che ci ha distratto.

Non capita spesso, ma quando succede il senso di colpa è terribile. Sarà che non capita spesso di sentirmi in colpa, quindi nelle rare volte che succede ciò mi destabilizza. Lasciare a prendere polvere quel rimasuglio che si intristisce a lato del computer, strizzato in una posizione che lascia intravedere come quello che una volta era un filo leggero e narcotico di vapore è marcito in un triste deposito di goccioline ormai assorbito alla parete interna del coccio, e la vista di quella degradazione non fa altro che alimentare il senso di colpa per tutte quelle faccende che ho lasciato allo stesso modo marcire e degradare nel corso del tempo.

A volte la realtà per come la leggiamo è ingannevole. A me potrebbe sembrare di aver chiuso nel modo migliore possibile le zavorre più pesanti che mi trascinavo dietro con uno strazio infinito, o di aver comunque finito di bere anche ciò che di quella situazione era rimasto di sgradevole – ma mi accorgo che non è così; probabilmente invece sono stati talmente tanti e molteplici i fraintendimenti vissuti nel corso dei legami che sono decresciuti nel corso del tempo, che le porte che dovevano essere sigillate mostrano invece spiragli che somigliano di più a lacerazioni.

Ma non voglio guardare di nuovo in quel pozzo nero e oscuro senza almeno una corda cui aggrapparmi.