Che cos’√® una biografia linguistica

ripubblico questo interessantissimo pezzo sull’Autobiografia Linguistica come futuro promemoria di scrittura ūüēČ

Lusofilia

Uno degli esercizi linguistici pi√Ļ interessanti e stimolanti che possiamo fare, sebbene sia poco conosciuto, √® quello della cosiddetta biografia o autobiografia linguistica. Ne hai mai sentito parlare?

L‚Äôautobiografia linguistica la possiamo definire come un processo di autoanalisi circa il proprio repertorio linguistico, ovvero una autoriflessione relativamente al nostro modo di parlare, che sia la cadenza o la scelta di specifici termini o l‚Äôuso di particolari espressioni. Pi√Ļ semplicemente, √® la vita del nostro modo di parlare che, come noi, cambia e si trasforma per effetto delle cose con cui viene a contatto. In particolar modo, l‚Äôaspetto pi√Ļ interessante di questo esercizi √® nella consapevolezza che si acquisisce successivamente al lavoro. Mi spiego meglio.

La linguistica è una scienza e come tale analizza al microscopio tutti i tasselli che la compongono. Tuttavia, se osserviamo la lingua da una prospettiva d’insieme di tutti i pezzettini del puzzle prenderemo…

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Offese e riappropriazione

Because the n-word is deeply rooted in African-American history, Eminem cannot use it to mean ‚Äúsurvivor,‚ÄĚ no matter how integrated he is in the Black culture that is hip-hop. More generally, because Eminem is white, he cannot subvert the n-word as non-derogatory, as Black hip-hoppers can with each other. Only the in-group members that the slur was originally intended to target can perform this ‚Äúnormative reversal.‚ÄĚ

in italiano:

<<Poich√© la parola ‘n*gro’ √® profondamente radicata nella storia afroamericana, Eminem non pu√≤ usarla per intendere ‘sopravvissuto’, non importa quanto egli si sia integrato nella cultura tipicamente nera dell’hip-hop. Pi√Ļ in generale, poich√© Eminem √® bianco, non pu√≤ sovvertire la parola ‘n*gro’ in senso non offensivo, come i rapper neri fanno tra di loro. Solo i membri interni al gruppo verso cui l’insulto era diretto possono compiere questa riappropriazione in senso normativo.>>

fonte: The Conversation

Glossa:

Per la propriet√† traslativa della regola pragmatico-sociolinguistica qui sopra riportata quindi, anche il caso di un termine storicamente offensivo come ‘frocio’ ne trova applicazione. Mettiamo per esempio una qualunque persona eterosessuale o che in ogni caso non si identifichi con il concetto corrente di ‘omosessuale’, che in una conversazione usi il termine ‘frocio’ per riferirsi al suo migliore amico omosessuale; costui/costei sarebbe da censurare, in quanto non appartenente alla categoria sociale che storicamente ricevette il termine come offensivo, non potendolo perci√≤ usare per riaffermare quella tale identit√†. Insomma, seppure questo ipotetico personaggio si trovi integrato nella comunit√† omosessuale e questa gli/le riconosca il diritto di usare il termine offensivo, da un punto di vista etico ci√≤ non lo/la autorizzerebbe ad utilizzare l’epiteto ‘frocio’; questo per il semplice ed evidente motivo che non ci si pu√≤ riappropriare di un’offesa che non abbiamo mai subito, attraverso la quale non si √® mai sofferto. Mettiamola cos√¨: un frocio √® solo un frocio agli occhi di chi lo chiama frocio. Insomma, la regola di cui sopra si applica a tutti quegli insulti e ingiurie a varie gradazioni di intensit√† che colpiscono una qualsiasi categoria sociale o umana.

 

Grammatica dei Post

cos’√® un post? un pezzo di scrittura digitale.

cos’√® un post perfetto? un post perfetto √® un pezzo di scrittura digitale che ha acquisito una forma ideale. un post perfetto assume le sembianze di un predicato verbale transitivo, che dall’autore-soggetto passa al testo-predicato, il motore dell’azione. dalla chiave alla partenza. quindi, grammaticalmente, un post perfetto √® un’azione che l’autore ha portato a compimento i cui effetti si ripercuotono sul presente, se ci atteniamo ai principi della grammatica. in analisi logica invece, i profeti reticolari del Socialmidia, il nuovo campo di studio dei testi digitali, hanno definito cinque caratteristiche che un post perfetto deve presentare

  • semplice
  • inaspettato
  • autentico
  • emozionale
  • catartico

alcuni studiosi della Netichetta preferiscono elencare solo le prime quattro, in quanto la catarsi non √® considerata una caratteristica internautica, ma cognitiva. in ogni caso l’effetto del testo – che al suo interno pu√≤ comprendere altri elementi multimediali e a sua volta altri testi la cui forma ridottissima si apre su un’altro piano (i collegamenti) proprio come i vecchi predicati verbali possono essere composti in locuzioni, sebbene i collegamenti abbiano la capacit√† di moltiplicarsi all’infinito – l’effetto del testo sul lettore varia a seconda dei gradi di perfezione di ciascuna delle quattro caratteristiche primarie. diciamo quindi che il post √® tanto pi√Ļ perfetto quanto pi√Ļ semplicit√†, inaspettatezza, autenticit√† ed emozionalit√† sono perfette; il corollario di questa regola √® che un post perfetto non pu√≤ essere virale a prescindere da questi elementi.

giova sottolineare che la struttura di un post perfetto √® uguale in tutte le lingue: non v’√® limite di linguaggio a un post perfetto, anche se quello che pi√Ļ si accorda alla forma ideale √® il Simplese. Siccome √® in gioco il significante e solo in seconda battuta il significato del testo, √® importante che la forma articularis sia ben piantata nella sintassi reticolare, insomma che i periodi siano compresi tra le due e le tre parole, senza interiezioni e pochi determinanti; √® imposto divieto assoluto, pena l’esclusione dai motori di ricerca, l’uso dell’obsoleto e puzzolente punto e virgola. Infine il metalinguaggio dei post non pu√≤ che trovare compimento nella parola stessa: post √® l’unico sostantivo che deve designare ci√≤ di cui abbiamo appena detto (articolo, lettura e simili non sono accettabili dai profeti reticolari).

A concludere questa breve ricognizione, un esempio di post perfetto (in inglese).

La viralità invece trova causa efficiente nella forza Рdal lat. VIS, ROBORIS Рe soprattutto nella quantità con cui si allarga la diffusione tra i profili della gente comune; difficilmente si troveranno post perfetti virali sulla bacheca di uno scienziato o di un intellettuale autentici Рfigure di cui diffidare poiché organicamente incapaci di contagiare.

fonte

Contro i cantastorie

In tanti anni di onorato servizio gratuito nella rete, tra lotte intestine – nel senso di vere e proprie battaglie che si svolgevano all’interno del mio intestino – e rivincite del fegato sulla tastiera in cui si riversa un po’ di quel vecchio e sano antagonismo tra apollineo e dionisiaco, ora finalmente sopraggiunge a confortarmi del tempo sperduto un’illuminazione a caratteri cubitali:

STAI ALLA LARGA DAGLI STORYTELLER!*

*specie se di madrelingua italiana o presunta tale!

si necessitano ulteriori glosse?

√® presto detto: gli storyteller, d’ora in avanti cantastorie,¬†sono persone all’apparenza a modo la cui professione e/o lavoro spesso ricade nelle categorie cosiddette creative ma che in realt√† hanno poca o punta utilit√† sociale, il cui sogno proibito √® calcare i palchi dei TedTalk, sul solco della tradizione iniziata da quel marrano neocapitalista di Steve Jobs, per ispirare le ccciovani cccenerazzioni a ‘inseguire i propri sogni’, e il cui sorrisetto a fine ‘racconto’ nasconde tanti di quei trololol da riempire un terabyte di spazio d’archiviazione. I cantastorie sono quelli che pi√Ļ spesso usano l’hashtag #inspiration, mentre le foto di copertina delle loro reti sociali sono fotografie di panorami con montagne inaccessibili, pianure sterminate e oceani con vista, panorami questi sormontati da improbabili citazioni di autoincoraggiamento in primo piano tese a colmare il vuoto che essi sentono tra il desiderio di fuggire lontano da quel palco verso una di quelle spelonche in sottofondo e le caotiche metropoli in cui in realt√† vivono.

Questi cantastorie hanno il compito specifico di incantare un pubblico sornione e compiacente con la loro tecné retorica procedendo alla maniera di aedi omerici a giustapporre fatti accaduti proprio a loro in mezzo a una giornata di sole o di pioggia e che hanno di solito un elemento meraviglioso come nelle favole, a non-sequitur di altissima astrazione dalla facies di verità incontrovertibili che neanche Buddha avrebbe mai sognato di incontrare nelle sue passeggiate nel Nirvana.

Ma nell’asterisco si nasconde una peculiarit√† in pi√Ļ: l’arte del cantastoriaggio nasce nei paesi anglofoni – facilmente negli Stati uniti – quindi non ci sarebbe niente di strano se i prosecutori della specie si esprimessero in lingua inglese. Non √® peregrino osservare invece negli ibridati cantastorie nostrani la¬†loro purtroppo non rara inabilit√† a costruire un singolo periodo avulso da anglicismi pronunciati male.

Per questo i cantastorie mi dispiacciono tantissimo: non sono bravi a convincermi del fatto che la storia che stanno raccontando sia autentica, e soprattutto mi danno l’impressione che l’involucro linguistico con cui mi offrono la loro esperienza, e questa allo stesso modo, sia di plastica e non di pelle.

Espero

L’esperto √® la persona che¬†ha cognizione di checchessia, per esperienza avutane o fatta. Chi perci√≤ non potrebbe definirsi in un certo grado esperto di qualcosa? A maggior ragione per il fatto che¬†alla radice della parola c’√® il verbo lat. EXPERIRI, significativamente dalla forma deponente. Infatti l’esperienza molto spesso non la andiamo a cercare consapevolmente, ma √® qualcosa su cui inciampiamo sulla strada – e altrove – tutti i giorni, per cui la nostra agentivit√† al riguardo non √® determinante.

Oggi per esempio sono diventato ancora pi√Ļ esperto nell’arte del non condividere.¬†Il lato positivo di quest’esperienza: la demolizione di ogni aspettativa riguardo al comportamento dell’interlocutore apre gli argini della creativit√†.bs3br3eiiaajaxl

Certamente a un certo punto fui un esperto di spagnolo, lingua di Cervantes e di Borges, lingua in cui i confini tra aspettare¬†e¬†sperare¬†sono cos√¨ labili che si fondono in un’unica forma verbale. Espero ma√Īana, el mejor de los d√≠as.¬†Ho perso me stesso lungo quei confini.

Maybe

Forse: in cinque lettere, in qualunque lingua si trova un dispositivo o pi√Ļ di questo genere per dubitare o attenuare quello che si vuole dire. Non sar√† dunque un caso che questo avverbio compare in modo esageratamente continuativo nella storia nelle canzonette pop e non solo: in effetti May it be √® il titolo di una canzone genere new age di Enya registrata nel 2001 per la colonna sonora del primo film nella trilogia del Signore degli anelli.¬†Maybe √® anche il titolo di un singolo di Emma Bunton, quella fanciullona bionda tra le Spice Girl. Per affondare le orecchie ancora di pi√Ļ nella storia recente, un tormentone estivo di quattro anni fa aveva ancora un dubbio grossolanamente malizioso inscritto nel titolo:¬†Call me maybe¬†fu l’inno di¬†tutt* quell* con la permanente di fare la prima mossa verso una persona che ci ha attrae.

Curioso come un avverbio, una categoria cos√¨ disprezzata e considerato grasso di foca dall’iperletteratura contemporanea, possa dissimulare o incrinare la certezza dei sentimenti postmoderni – certo, sentimenti che durano tre minuti e mezzo.

Daily Prompt: Maybe

sulla Protoemoji

Da un reblog di¬†All Things Linguistic¬†scopriamo ancora una volta che dietro le faccette gialle native di whatsapp si √® ormai consolidata nell’uso su tutte le maggiori piattaforme sociali quasi come una vera e propria lingua. In quest’altro articolo invece¬†si¬†analizza¬†brevemente¬†la storia e l’uso presente di questo¬†alfabeto pittografico¬†comparando con altri sistemi¬†pittografici, concludendo che forse non √® tutta merda quella che viene disegnata con un sorriso.

Leggiamo in faccia la realt√†: siamo all’alba di un nuovo linguaggio? Tra trecento anni gli emoji saranno la pietra filosofale di un linguaggio universale?

Reblog: Talking About Talking

Today’s society mantain that it’s good to talk at all costs and silence is always awkward. I think it’s precisely the opposite. In a world full of words forever losing meaning, here’s to all the introverts and their silences.

boy with a hat

Mouth to ear

One of the reasons I enjoy writing so much is that I can express myself better through writing than through speaking. I find it difficult to communicate with other people face to face or on the telephone, to express my thoughts and emotions, to make friends, to become close to others. I do not stammer or fall into a paralytic muteness, but my words never flow, and when they do come out, they seem jumbled, haphazard, incapable of conveying what I think and feel. They never seem to be the right words.

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Magriwad’s lab

A comet passed through while Magriwad was completing the spell. He closed the book and chanted:

edovit badry jas tur luteejr
edka grynuybevim salpohy
jun simolc je canb sxivoguhr
semx necenuy slebd-pawh

Hundreds of centuries later generations of scholars spent the most enjoyable part of their lives and calligraphies compiling encyclopedias and measuring corpora of his works, but none of them was able to find the key sound of Magriwad’s spells. A new study had to rise from his progenies, and eventually it was discovered that this prophecy foretold the consequences of the disappearance of printed codices.

Propaganda linguistica

Prendendo spunto dalla situazione ucraina di questi tempi, questo link mostra in modo evidente la variet√† e l’arbitrariet√† dei concetti linguistici, specialmente se collegati a ideologie politiche e/o religiose:

Tutto il linguaggio è propaganda. E noi lo sappiamo bene.