gay omofobo cerca amore

dove rifletto su omofobia, corpo e genere. lo spunto me lo dà un recente scambio, diciamo così, con un anonimo.

sono su un sito di incontri e mi contatta uno sconosciuto, di cui mi colpisce una frase nella descrizione del profilo attribuita a rocco siffredi: sentirsi uomo e amare il cazzo non è comprensibile da tutti. mi saluta per primo e sono contento di poter instaurare un dialogo con una persona particolare, per quanto di solito sia restio a concedere parola agli anonimi di questi luoghi.

per rompere il ghiaccio gli dico che ho apprezzato la citazione, che personalmente interpreto come “gli uomini hanno talmente tanta paura del fallo che non riescono ad amare il pene” e quindi in un senso che demolisce la mascolinità tossica; lui invece risponde che la interpreta all’opposto, come una celebrazione del fallo e del macho. allargando il discorso ribadisco che paradossalmente i maschi omosessuali hanno molto da imparare su cosa vuol dire amare il cazzo e che per questo c’è una gran quantità di omofobia interiorizzata, per non parlare di misoginia. l’anonimo chiede (sic):

è possibile non avere l’omofobia interiorizzata coi tempi che corrono?

non capisco cosa intenda. prima interdizione. certo che è possibile non interiorizzare l’omofobia. ma per me che la combatto da quando ho cinque anni mi riesce relativamente facile riconoscerla. forse per lui non è lo stesso. ma non riesco a rispondere, perché l’anonimo aggiunge su questa altre domande su altri concetti: non ce la faccio a stargli dietro, a rispondere alla marea incoerente di frasi che va accumulando, quindi scelgo di rispondere solo all’ultima domanda, ossia dove abito (per fortuna in mezzo a noi ci stanno un paio di centinaio di chilometri, quindi mi sento relativamente al sicuro).

cambio d’argomento: chiede l’origine del mio nome utente, che ho ripreso dalla figura di Baphomet. lui afferma che è molto inquietante (…e chi te l’ha chiesto?). rispondo che in realtà lo dipingono cattivo ma non lo è affatto (maledetta necessità del superego che mi impone sempre di rassicurare l’altro!). al suo insistere che si tratta pur sempre di una figura diabolica, come se questo sistemasse la faccenda, gli ricordo mezzo esasperato (sto parlando con un prete?) che i simboli in fondo sono finzione, e che le religioni sono fasulle. scanso di equivoci.

cambio d’argomento repentino: al contrario di quello che ho scritto come descrizione sul mio profilo (non cerco nulla perché non ho perduto niente), l’anonimo dice:

ho dei desideri che non riesco a far quadrare

gli chiedo di approfondire se vuole parlarne. inizia un altro flusso di pensieri di cui di nuovo mi sfugge la coesione e che hanno come punto centrale il fatto che vorrebbe una storia d’amore, e aggiunge:

cosa ci rende umani se non l’amore?

ho smesso di abboccare a queste trappole, per due motivi: 1. dipende da cosa s’intende per amore e 2. credo che non sia l’amore a renderci umani ma semmai la capacità di immaginazione; infatti cresce il sospetto che costui abbia un’immaginazione molto vivida, e lateralmente aggiungo non molto lucida avendo trent’anni di età. ma vado avanti perché in fondo stiamo solo parlando, e non ha mostrato grandi brutture. ma arriva subito una smentita:

solo perché fallisco non è che [il desiderio] me lo rimuove la società

in risposta alla mia osservazione che secondo una certa corrente psicanalitica noi siamo macchine che producono desiderio. ma è colpa mia che forse sparo troppe cartucce, e continua:

scatta un campanello d’allarme al paragone tra sessualità ed escrementi: la sessualità come cosa brutta, schifosa, vergognosa e similmente gli escrementi come cosa brutta, schifosa e vergognosa. è curioso e mi fa infuriare tantissimo il fatto che sesso ed escrementi siano due cose che la cultura e la civilizzazione hanno relegato nella vergogna e nel segreto, pur essendo funzioni organiche, vitali. ma questo è un altro discorso ancora.

volo pindarico: l’anonimo passa dalla vergogna della sessualità a commentare in modo equivoco una mia foto in cui sono s/vestito per la Parata: “mi dispiace che qui sopra è pieno di gente seminuda” (e quindi?). ma considerando le frasi globalmente giustifico il commento pensando che magari il suo è solo eccessivo prudore – d’altra parte non tutti hanno l’impudenza come il sottoscritto di andare in giro senza maglietta, non ancora purtroppo. lo so, sto difendendo l’indifendibile, anche perché avrei potuto rispondere chi cazzo ti ha chiesto alcunché. nella foto in questione in effetti sono seminudo e in testa ho un cerchietto con orecchie di plastica rosa shocking – col sole pomeridiano di giugno a picco in mezzo a centinaia di migliaia di persone mi pare anche legittimo spogliarsi un minimo.
ma solo a posteriori mi rendo conto pienamente del fatto che questo anonimo trova scandaloso, e quindi forse è anche attratto?, dal fatto che io offra allo sguardo un corpo mezzo nudo e ornato con oggetti culturalmente iscritti al genere femminile. come se la nudità, anche intera, fosse qualcosa di cui vergognarsi. figuriamoci poi la nudità che devia dal maschile per avvicinarsi al femminile. la nudità: altro concetto forzato sotto la categoria della vergogna insieme a sesso ed escrementi.
altro paralogismo dunque: agli occhi dell’anonimo la nudità coincide sempre e necessariamente con il sesso e quindi dev’essere vissuta come vergogna, in ossequio ai precetti più deleteri del decoro. con questi passaggi mi pare evidente che lo sguardo dell’anonimo voglia allo stesso tempo penetrare e mettere sotto controllo il corpo altrui. patriarcato, semplicemente, non ho scoperto nulla di nuovo. ma ora lo vedo all’opera. costui non differisce molto dal molestatore che dice della donna molestata “mi ha provocato il suo abbigliamento”. no minchione avariato, non sono io che devo vestirmi, sei tu che devi ficcarti le mani nell’ano se ti prende la fregola; vai a fottere un frullatore. il mio corpo non vive per compiacere il tuo sguardo.

sguardo tossico che infatti alla mia risposta sull’occasione della foto svestito risponde:

la diagnosi del patriarcato dunque viene confermata da quell’aggettivo possessivo. ora sono vigile ed esplicito il percorso che mi ha portato dove sono.

si parla di monogamia, e io affermo la mia posizione al riguardo che è di netta opposizione all’istituzione, in quanto a mio modo di vedere limita gli impulsi e i desideri dell’essere umano. l’anonimo non concorda, ma allo stesso tempo confessa qualcosa di completamente opposto alla concezione dell’amore come teleologia:

altro campanello d’allarme: l’anonimo si sente un pervertito perché ha confessato di voler fare sesso, e perdipiù gay diocenescampi! sessuofobia addirittura? allora mi sorge il dubbio che forse si è scoperto da poco? (giustificare l’ingiustificabile) no, affatto. allora rimango seriamente interdetto. perché ha questa brutta concezione del sesso? ma soprattutto, ora che rileggo tutto, perché ho continuato a combattere contro un mulino a vento che chiaramente dava segnali equivoci? ma siamo quasi giunti all’acme.

questo non è un campanello d’allarme, questo è un vero e proprio campanile antincendio! chiedo spiegazioni: dunque se non trovi qualcuno con cui allacciare una relazione monogama hai fallito addirittura l’intera esistenza? ed ecco che il vulcano erutta:

ammutolisco e voglio chiudere la conversazione. ma lui imperterrito continua, così non riesco a dire altro che parolacce, perché sono sconvolto, non ragiono più lucidamente. ho oltrepassato il mio limite.

da notare il paradosso della mentalità omofoba, che si ritrova come base della matrice eteropatriarcale: il molestato che deve tenere in conto le idee del molestatore, l’oppresso che deve tenere in considerazione le idee del potente, lo schiavo che deve avere riguardi nei confronti del padrone. eccolo il cuore dell’omofobia interiorizzata. finché noi queer non demoliamo la morale eterosessuale, finché non smetteremo di cercare compromessi con il regime discorsivo eterosessuale, finché non ci rendiamo conto che i desideri e gli affetti del corpo non possono essere normati, non saremo mai liberi.

l’episodio mi ha portato ad aumentare il livello di guardia nei siti di incontri. volevo cancellare il mio profilo su quel sito, ma sono riuscito a riflettere, grazie anche all’appoggio di un amico speciale, che non devo farmi cancellare dal deteriore: l’orgoglio di esistere fuori norma va urlato, e il dolore di noi periferie malate mentalmente è il carburante che deve alimentare il nostro essere favolosamente frocie.

lettera mortale

c’è troppa distanza tra noi,
troppo spazio da riempire
nel poco tempo mortale.

lo siamo, mio adorato,
con sorriso di speranza
su attese parole da schiudere.

mortale

era un miraggio, mio caro,
visione di occhi smarriti.

come a chimera, adesso,
mi basta parlarti da qui
con vane righe,
nascosta fantasia,
dietro errori e scoramenti
dopo illusioni e imbarazzi.

ma ora sei qui, voce antica
come primo atto, col mondo
che s’agita immenso su noi.

quello che intendiamo con “monogamia tossica”

  • concepire la gelosia come normale indicatore di affetto/amore
  • l’idea che amare intensamente sia abbastanza per superare le incompatibilità pratiche
  • l’idea che si debba necessariamente soddisfare ogni esigenza del partner e che se non ci si riesce o si è inadeguati o il partner è troppo esigente.
  • l’idea che amare intensamente significa non essere attratti da nessun altro.
  • l’idea che impegnarsi in una relazione è sinonimo di esclusività sessuale
  • l’idea che il matrimonio e/o la prole sia le uniche giustificazioni valide per impegnarsi in una relazione
  • l’idea che sia sempre responsabilità del partner evitare le insicurezze dell’altro e che non sia mai responsabilità propria lavorarci sopra.
  • l’idea che il proprio valore per il partner sia direttamente proporzionale alla quantità di tempo ed energia ch’egli ci dedica
  • l’idea che il tempo e l’energia che il partner ci dedica siano un gioco a somma zero con tutto il resto a cui il partner dà importanza sua vita.
  • l’idea che essere importante per un partner è direttamente proporzionale al tuo valore come persona.

fonte: tumblr

Decantato

Quindi stavolta volevo chiamare la signora che diceva di volermi tanto bene, mi aveva esortato Giunone. Ma forse aveva dimenticato il telefono al piano di sopra, e lei era scesa in giardino a gustare la fresca brezza nel tramonto, oppure era distesa sul letto a riposare e non aveva sentito gli squilli perché si trovava in quella fase del sonno più profondo da cui… si era risvegliata all’improvviso e il mio telefono s’era illuminato. Forse la sua voce lontana pochi chilometri affettava appena la gentilezza di un tempo, quando ero nelle sue grazie laborali. Mi venne l’improvviso impulso di andare a visitarla nella villa in cui alloggiava ogni primavera. Le giornate passate nella sua piccola e confortevole auto grigia ad attendere che sbrigasse le commissioni più comuni e le più stravaganti, quelle non le avevo dimenticate; era inutile ora giustificarmi con debolezze corporali. Era tempo di ritrovare i suoi occhi che sviavano lo sguardo, i solchi sul suo viso affaticato dalle migliaia di sigarette, l’aristocratica e vellutata sintassi del suo linguaggio. Ora che erano libere dalla fatica fisica, potevo celebrare i giorni al suo servizio come una felicità cui ora non avrei mai voluto scampare: un passato d’oro a fianco di una signora del passato, la cui amorevole solitudine che aveva condiviso con me nei racconti delle sue vite passate mi mancava al presente come il conforto che solo una nonna può colmare.

Riserbo

Quale futuro avremmo avuto se quel giorno mi fossi avvicinata, l’avessi accarezzata e stretta tra le braccia? Fu un litigio che lasciò il segno. Indelebilmente scolpito nella sua memoria. Le sue guance erano in fiamme, le lacrime di paura scivolavano senza che riuscisse ad arginare. E io non ho fatto nulla per porre freno alla sua paura, ho commesso l’irreparabile. Quel rapporto che c’era tra noi si guastò, la velocità con cui comunicavamo senza proferire parola rallentata come l’ultimo battito prima della fine. La fine della speranza di una rinascita felice. Non feci niente, niente, niente. Immobile come una regina troppo piena di orgoglio, senza espressione, troppo distante per muovere un solo passo verso di lei, un passo che avrebbe cambiato le nostre esistenze e quelle future. Allora la pensavo diversamente. Una madre non poteva mostrare generosità dopo aver sgridato la figlia. Era una regola comunemente accettata e rinforzata: non mostrare alcuna pietà o comprensione per uno sbaglio, per lieve che fosse. E io non ero diversa. Solo ora mi rendo conto che avrei potuto cambiare questo atteggiamento, almeno nella famiglia che avevo creato. Avrei potuto mostrarmi comprensiva di fronte a comportamenti che ritenevo sbagliati, almeno con le mie figlie. Soprattutto non avrei dovuto lasciare che la paura crescesse dentro mia figlia quando mi guardava. Ma tutto andò storto. Erano tempi duri e la vita fu dura anche con me, fin da prima della mia nascita. Riversai sul sangue del mio sangue la miseria in mezzo alla quale ero venuta al mondo. Solo quando già ero radice di rosa capii che il mondo minuscolo in cui avevo vissuto per novant’anni avrebbe potuto essere più immenso del mare se solo avessi voluto. Ma non avevo mai visto il mare. Era una cosa troppo grande da concepire rispetto alle campagne e valli e colline in cui eravamo cresciuti io e mio marito. Eravamo piccoli, e piccole, troppo impreparate all’amore. Non abbiamo dato loro la possibilità di vivere senza paura, di pensare liberamente; di amarci in quanto genitori, e senza paura di raccontarlo. Scrivo queste righe perché un giorno mia figlia sappia cosa vuol dire cambiare il destino della propria casa, se sarà sopravvissuta alla sterminio di compassione che abbiamo sciaguratamente perpetrato.