Lotto marzo

I rametti di mimosa strappati dai rami e messi in bustine di plastica argentate sono l’opposto di ciò che l’otto marzo rappresenta.

Se davvero fosse chiaro ciò che viene celebrato l’otto marzo, i piccoli pallini gialli e profumati di mimosa fiorirebbero indisturbati sui rami invece che appassiti in bustine di plastica.

E infatti ancora oggi le donne (e i terzi sessi) vengono tenute ad appassire in bustine di plastica prodotte dalle morali patriarcali-religiose.

i volantini

alla stazione di F. due ragazzi poco più che maggiorenni occupano due posti l’uno accanto all’altro. iniziano a parlottare di quanto sia difficile la vita universitaria, soprattutto seguire le lezioni i cui orari vengono distribuiti in tutto l’arco della giornata; partono in una disamina sociologica dei colleghi di corso:
‘noi siamo trecento, è il corso più numeroso della facoltà!’
‘così pochi?’ minimizza lei senza scomporsi ‘noi al primo anno eravamo novecento’;
‘da noi non c’è quasi nessun romano’
‘eh, i romani vanno al nord, e a roma vengono dal sud’
‘sì cè infatti da noi la maggior parte so calabresi’
‘ah, invece da noi la maggioranza so napoletani’
‘eh ma è che il nostro corso sta solo a roma, ecco perché vengono tutti qui, cè ce sta gente da parma, da firenze, da bari…’

le varianti antropologiche vengono esaurite. di etichetta in etichetta si giunge all’inevitabile racconto delle esperienze al di fuori dell’accademia:
<<abbiamo conosciuto una che abbiamo aggiunto a buffo sul gruppo dell’università di whatsapp, ‘na soggetta: l’avemo conosciuta che faceva volantinaggio davanti alla libreria ***, c’abbiamo iniziato a parla’… cè questa fa volantinaggio pe pagasse il book, le cose, perché vole fa la modella ”eh sì, vojo annà nella stessa agenzia de Belen, là so seri”. ma vojo dì, mo te la faccio vede questa, maa vedi? cè ma ndo va, non è brutta ma manco te poi mette ar livello de Belen, cè manco c’hai er fisico, ma poi guarda come va vestita, cè fai schifo fijola nzomma”.

nessuno a diciott’anni è un paladino del principio di autodeterminazione, ma le risate alla faccia della ragazza dei volantini, con quella tonalità superficiale e maliziosa di chi pensa di detenere la verità assoluta nel distinguere il bene dal male esprimono lo scherno tipico di coloro che si imbevono di spettacolo e moda. anch’io alla loro età ero così, tristemente.

vent’anni dopo

lui, vittima dell’abbaglio di lustrini ed ecopelle, lei una sheherazade senza testa sulle spalle, entrambi con troppi reagenti chimici sotto la cute e vestiti a puntino che vengono pagati per schernire l’abbigliamento dei passanti in una strada cittadina. mentre si guardano intorno per cercare qualche bersaglio che non gli consigli a loro volta di andare a giocare a mosca cieca sull’autostrada, lo sguardo di lui si posa su un cartellone pubblicitario che rivela le fattezze di una ragazza che posa in mutande e reggiseno con il solito sguardo ammiccante; lui strizza gli occhi da dietro gli occhiali da sole troppo grandi e innecessari poiché il cielo a breve promette pioggia: possibile che sia proprio lei, la ragazza dei volantini, su un cartellone pubblicitario?

Reblog: La polizia fa spogliare le donne che indossano il burkini

polizia francia donna islamica

Secondo l’autorità francese indossare il velo è una restrizione della libertà delle donne. Ma proibirlo, mi pare ovvio, è allo stesso modo una restrizione di tale libertà. Se però spostiamo l’attenzione non sul capo d’abbigliamento, ma sui corpi delle donne, che nelle questioni politiche diventano spesso campi di battaglia, è evidente che proibire un capo di vestiario, così come imporlo, è un’arma neocolonialista di esclusione.

L’imporre, da parte dell’autorità statale, un determinato codice d’abbigliamento, è un atto di violenza estrema, sia che imponga alle donne di coprirsi sia che imponga di scoprirsi.

Qualsiasi atto decisionale preso da altri sul corpo femminile è espressione di una visione della donna machista e patriarcale, che la vede come un soggetto non in grado di prendere decisioni autonome.

Per questo riesce difficile da capire come sia possibile che in Italia alcune donne, che soprattutto si definiscono femministe, si siano schierate a favore del provvedimento che vieta il burkini in spiaggia. Se poi consideriamo che questo provvedimento è solo strumentale a un attacco su più larga scala che si sta portando avanti ai danni della comunità islamica qui in Francia, il divieto del burkini risulta ancora più odioso di quello che già sarebbe normalmente.

Fonte: La Polizia fa spogliare le donne che indossano il burkini

La principessa che generò il suo genere

Grazie alla notizia orribile del giorno possiamo riflettere insieme sugli abissi in cui si cade quando la normalità e l’attaccamento all’abitudine generano il sonno della ragione, come qualcuno diceva.

Quel che è certo è che la reazione dei due genitori è comprensibile – con molta fatica da parte mia – se si conosce la cultura ideologica – perché di ideologia si tratta, cari hector projector – in cui i due si ritrovano a sprofondare: quella cattonazista. E no, non mi vergogno a definirla in questo modo: due adulti che a causa della loro bigotteria tolgono con la forza un minore da un ambiente in cui aveva sviluppato amicizie e affetti, come li chiamereste voi?

E il punto è proprio questo: i due genitori, in forza delle campagne menzognere create ad arte dalle congreghe di prelati e conniventi, vedono nelle nuove forme di educazione alla libertà di identità di genere una minaccia all’ordine prestabilito, è bene sottolinearlo, dall’ideologia cattolica.

Questa novità minaccia una situazione che se posta in essere potrebbe distruggere per sempre una cultura come quella cattolica romana, di cui il patriarcato è il pilastro fondamentale e la radice da cui s’irradiano tutti i pregiudizi e gli stigmi in cui ancora oggi cadiamo e di cui siamo incoscientemente vittime. Cosa c’è di male se una principessa salva un principe? Al massimo vivrà per sempre felice e non sottomessa.

Quei bravi signori stanno facendo il possibile per sradicare l’educazione al rispetto, e ci riescono utilizzando proprio quel tipo di propaganda che denigrano tanto nel ‘gender’. Chi di noi non si fa spaventare dalle minacce di inferno e scomunica comprende appieno le possibilità che il ‘gender’ apre alle nuove generazioni: la possibilità di crescere liberi da complessi, diversamente dalle precedenti generazioni come la mia, e auspico anche dalle istituzioni religiose. I diffamatori del ‘gender’ sono quelli che vedono come prossima la distruzione della propria ideologia, quella cattolica, la cui propaganda viene portata avanti da secoli nelle scuole con l’ora di religione.

Allora oggi scrivo anche io una fiaba che ha per protagonista una principessa, con i miei auguri a tutte le principesse che non vogliono sposarsi e a tutti i principi che vogliono essere principesse.

C’era una volta una principessa di nome Lucia che voleva un figlio, ma non riusciva ad averlo perché non aveva ancora conosciuto un principe degno di questo nome. Un giorno, passeggiando per il villaggio s’imbattè in una bambina magrolina con gli abiti sporchi che chiedeva l’elemosina. La principessa le disse ‘come ti chiami?’ la bambina rispose ‘Ariel’. ‘Ariel, ti piacerebbe indossare il mio vestito?’ ‘Sì’, esclamò la bambina spontaneamente e la principessa, commossa dalla gioia di quella creatura coperta di stracci le disse: ‘allora vieni con me’.

La principessa portò Ariel a palazzo, la vestì con un abito uguale al suo nei giorni di festa e negli altri giorni della settimana le insegnò a curare l’orto reale che la principessa aveva progettato lei stessa, a cogliere la frutta, a piantare le barbabietole, zucchine, melanzane, pomodori, cicoria e le piante aromatiche che spediva in cucina e che rendevano i pasti a corte i più saporiti di tutto il regno; in breve la principessa crebbe Ariel come fosse sua figlia, le insegnò a leggere e scrivere l’alfabeto e la musica; le piacquero talmente tanto che ogni mese a corte si metteva in scena un’opera scritta da Ariel e in cui lei stessa recitava, e lei stessa sceglieva gli attori tra i garzoni del palazzo e i bambini del villaggio.

La principessa non si sposò con un principe perché non ne sentiva più il bisogno: aveva realizzato il suo desiderio di essere madre e avere una figlia cui dedicarsi. Nel giorno del suo dodicesimo compleanno, la principessa disse ad Ariel: ‘un giorno questo regno sarà tuo, ma se non lo vuoi, puoi vendere il palazzo e andare in giro per il mondo e fare l’attrice. A me piaceva fare la principessa, ma non è detto che anche tu debba farlo’. E Ariel, quando giunse il suo diciottesimo compleanno, decise di prendere la corona, ma non vendette il palazzo: fu un’instancabile viaggiatrice, scrisse molte opere teatrali e musicali che furono rappresentate in tutto il regno e anche fuori, e dopo aver visto il mondo, scalato le montagne più impervie e camminato lungo le rive dei fiumi più lunghi del mondo, aprì una scuola di danza e teatro per bambine e bambini poveri perché il suo sogno era che tutti fossero felici come lei quando indossava il suo abito da attrice.

Reblog: Mentre il matrimonio omosessuale vince, il diritto all’aborto perde

[L’articolo originale non si trova più, quindi la traduzione è passata allo status di originale.]

Queer up!

Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway e agnes nutter.

gay love

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di…

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Reblog: I nostri corpi? Sono già “sottomessi”

Non sono i musulmani che ci vogliono chiuse a casa ma è il capitale, con tutta la logica del biopotere che ci usa in ogni modo possibile, che ci vuole a casa a fare figli, con l’assillo della bassa natalità perché bisogna generare persone che paghino le pensioni adesso, mentre si tengono fuori dai nostri confini persone di altra etnia perché quella gente lì al capitale serve, povera, affamata, in modo da poterla sfruttare più e meglio di quanto non sfrutti noi.

estratto da: I nostri corpi? Sono già “sottomessi”! – risposta ad Alessandra Bocchetti – Al di là del Buco.

Così come vuole gli omosessuali al massimo in quanto macchiette di contorno simpatiche, dalla battuta salace e dai vestiti sgargianti, firmati che fanno lavori superfighi come lo stilista, l’architetto o l’avvocato. Mai si sente parlare di omosessuali muratori, baristi, contadini o idraulici. Il capitalismo non vuole un omosessuale proletario perché non vuole a priori un proletario.

Reyhaneh è stata impiccata

L’omicidio di Reyhaneh Jabbari non assomiglia per niente a giustizia; è l’ennesimo prodotto della cultura patriarcale, per cui sottrarre il proprio corpo all’arbitraria volontà della belva maschio dominatore è moralmente sbagliato.

Iran: Reyhaneh è stata impiccata

Combattere in nome di questa donna è doveroso, si tratta di una scelta fondamentale che dobbiamo attuare tutti i giorni contro la cultura della sottomissione al maschio alfa.

Non so cosa sia peggio, se il fatto in sé o i commenti all’articolo di persone così intellettualmente sveglie che attribuiscono quest’uccisione alla “loro cultura” diametralmente opposta alla “nostra cultura”. “Loro” uccidono le donne, quindi sono terroristi, quindi meritano solo il nostro disprezzo.

“Loro” non sono altro che “noi” fino a cinquant’anni fa, quando in Italia le mogli non potevano minimamente pensare di poter discutere con i mariti senza subire insulti e violenze di vario tipo; e lo dico con cognizione di causa, poiché mia nonna fu una di queste.

è facile indignarsi per quello che gli “altri” fanno dopo aver dimenticato che anche noi siamo stati, e siamo tuttora, “altri”. Noi siamo gli altri.

Reblog: 18 Bugie Che Dobbiamo Smettere di Insegnare alle ragazze riguardo il sesso

o anche 17 cose che smetteremo di insegnare, più una

  1. La verginità non esiste
  2. L’imene non è segno di verginità, qualunque cosa voglia dire
  3. Non tutte le donne sono nate con la vagina
  4. La prima esperienza di penetrazione non dovrebbe provocare dolore
  5. La prima esperienza non dev’essere necessariamente penetrativa, esistono centinaia di forme che il sesso può assumere
  6. se qualcuno compra qualcosa per te, tu gli devi del sesso
  7. fare molto sesso non ti consumerà là sotto
  8. le donne pensano e vogliono fare sesso tanto quanto gli uomini
  9. alle donne piace, ed è perfettamente valido, il sesso occasionale
  10. sono i maschi che devono comprare per forza i preservativi
  11. non devi per forza depilarti o farti la ceretta
  12. puoi fare sesso quando hai il ciclo
  13. non è normale né sano che il sesso provochi dolori interni
  14. quando hai detto sì a un rapporto, puoi sempre cambiare idea
  15. le donne guardano i porno tanto quanto gli uomini
  16. le molestie sessuali non sono mai accettabili, né è colpa di chi le riceve
  17. non tutti fanno sesso
  18. il sesso dovrebbe essere sicuro, senza vergogna, consensuale, e soprattutto basato su scelte personali e consapevoli

Straightophobic

He-hey!

È passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo, ma lo sapete questo blog la costanza non la conosce molto bene e poi il trasferimento in Irlanda e l’iscrizione al master in Gender, Sexuality & Culture mi hanno tenuta piuttosto occupata.. ma auspicabilmente dovrebbe darmi molto più materiale di cui parlarvi!

Ecco un nuovo articolo che ho tradotto per voi, trovato qua!

enjoy—-

Sia che si tratti del costante agitarsi a proposito dell’influenza di Miley Cyrus sulle ragazzine o della crescente (e problematica) tradizione dei Balli di Purezza(*), è chiaro che la società ha una fascinazione per la sessualità delle giovani donne – specialmente quando si tratta di controllarla.

Ma cosa stiamo realmente insegnando alle ragazze di oggi riguardo il sesso?

Alimentati da scaduti ideali dei ruoli di genere e dall’idea che la sessualità femminile sia in qualche modo vergognosa, paiono esserci dei miti perniciosi su ragazze e sesso…

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