a fonte libera

una volta cancellati i miei profili sulle reti sociali più note, mi sono iscritto su un’istanza mastodon. non invito a iscriversi perché quando le masse delle facce del libro scopriranno questi nuovi strumenti non ci sarà altro rimedio che togliersi anche da lì. ma snobismo a parte: trovo che questa concezione rizomatica di stare in rete sia più autentica e meno alienante rispetto all’anarcocapitalismo delle piattaforme commerciali. ammetto che mi manca sorridere coi meme di alcuni gruppi nichilisti in cui ero iscritto su libro delle facce, ma pazienza.

Propongo un collegamento che spiega cos’è il fediverso e le varie istanze e come funzionano.

Suite per motore di ricerca

Questo è un articolo che ha il solo scopo di illustrare il nuovo logo del sito e della mia identità bloggante. Non mi sono chiare le motivazioni che mi hanno spinto a cambiare colore al logo, ma adesso che l’ho fatto tenterò di mettere una dietro l’altra delle buone ragioni, perché in fondo noi frequentatori siamo esseri razionali e produttivi e creativi con serietà che non tollerano il caos o fare le cose perché ci va di farle, o solo perché sono talmente ubriaco di nervosismo che toccare qualsiasi cosa mi fa venire voglia di picchiarmi a sangue, smantellare le mura di casa pugno dopo pugno e infine prendere la macchina e andare a schiantarmi contro il primo abete sul ciglio della strada. Assolutamente non ho mai pensato queste cose mentre tracciavo con le dita il nuovo logo del sito, percarità, ci dev’essere per forza qualche motivazione che generi vibrazioni positive nell’universo internautico, è assolutamente essenziale, vitale per il buonumore dei profili, soprattutto in memoria dei novantanovedollari premium o cose elettroniche che molti hanno e molti non hanno né negli schermi né senza schermi né punto schermo. Ma dicevo che ho modificato il logo perché c’è una buona ragione, e questa ragione va ricercata là dove nasce il sole e dove tramonta la notte, perché siamo un universo di stringhe, e le stringhe di ricerca hanno ormai la stessa semantica del mercato, si vendono come monete senza conio, a meno prezzo di quanto costi mangiare nei fastfood biologici, vera carne allevata per finta da produttori a gas zero e chilometri ridotti, per questo siamo tutti qui sopra,  in questo mercato di escamazioni e registrazioni e filtri, siamo senz’altro una versione migliorata dei nostri genitori, che pure s’ingelosiscono di come sappiamo maneggiare questi schermi e diteggiare la plastica sensibile, mentre noi lo siamo sempre meno, e non solo le nostre dita, ma le nostre narici anche e i nostri fluidi, intendo. Come dire, c’era questo logo infatti che aveva perso la testa dietro il bianco dei livelli di FotoNegozio, quindi era entrato in una comunità di dipendenti dall’Immagine. Dopo un anno questo logo era cambiato, aveva un nuovo colore e un nuovo stile, una sintassi del tutto diversa rispetto al passato. Uscito ormai dagli schemi, era entrato in un nuovo FotoNegozio, e neanche se n’era accorto! Per la delusione il logo s’inabissò lungo le Ricerche, e non fu mai più ritrovato. La storia dice proprio questo, e se non ci credete, beh, fate come me, datevi dieci schiaffi in faccia, dieci su ciascuna guancia, poi gettate con foga una scrivania qualsiasi dalla finestra, prendete a calci l’armadio poi infilatevi nella macchina e cercate con tutti voi stessi di smarrire la via. Questo è il mio percorso di vita che mi ha portato di fronte a uno schermo, e adesso sto imparando a imparare che imparare non è semplice come imparare a imparare ma imparando s’impara e giocando s’impara a lavorare, sebbene giocando a lavorare s’impara un bel cazzo di niente. Ma avrei dovuto cominciare con delle motivazioni solide, come quelle che motivano la motivazione dei vitallenanti, come le motivazioni di chi si motiva a imparare giocando. Perché per una risorsa che viene meno c’è un mercato di risorse gratuite, scaricabili da un indirizzo qualunque, come quel dibattito in una pubblicità di intelligentelefoni per una fascia obliqua di schermi. Ma questa è solo una piccola celia, c’è solo un motivo per cambiare logo, ma lo rivelerò nel prossimo articolo. Dunque, il rosso tendente al rosa va fortissimo, Karen Walker indossa liquori come scarpe, celeste è solo quella cosa là che si riflette sui nostri schermi quando questi sono meno luminosi, ma non è una tonalita che useremmo per strategie d’immagine come queste fondamentali per stabilire una presenza che non sia quella di un paio di corpi cavernosi contro i nostri pantaloni. Ma che lo dico a fare, piuttosto che studiare preferisco invitare a una cena di lavoro tutti i piuttosto che orfani della loro Disgiuntività e offrirli in sacrificio alla flessibilità dell’Azienda, oppure giocarmeli nell’imparare la sensazionale scoperta del FabbricaSquadra, insomma, qualunque cosa pur di non ritrovare la favella d’annata, sempre biologica s’intende. Ma cosa ne parliamo a fare, che finalmente anche il sesso è diventato biologico, basta andarlo a digitare sullo schermo ed ecco che appare un profilo interamente a pagamento per la nostra voluttà! Tutti liberi, tutti affamati, tutti invogliati. Così sia finché la Profonda Rete non ci separi.

Grammatica dei Post

cos’è un post? un pezzo di scrittura digitale.

cos’è un post perfetto? un post perfetto è un pezzo di scrittura digitale che ha acquisito una forma ideale. un post perfetto assume le sembianze di un predicato verbale transitivo, che dall’autore-soggetto passa al testo-predicato, il motore dell’azione. dalla chiave alla partenza. quindi, grammaticalmente, un post perfetto è un’azione che l’autore ha portato a compimento i cui effetti si ripercuotono sul presente, se ci atteniamo ai principi della grammatica. in analisi logica invece, i profeti reticolari del Socialmidia, il nuovo campo di studio dei testi digitali, hanno definito cinque caratteristiche che un post perfetto deve presentare

  • semplice
  • inaspettato
  • autentico
  • emozionale
  • catartico

alcuni studiosi della Netichetta preferiscono elencare solo le prime quattro, in quanto la catarsi non è considerata una caratteristica internautica, ma cognitiva. in ogni caso l’effetto del testo – che al suo interno può comprendere altri elementi multimediali e a sua volta altri testi la cui forma ridottissima si apre su un’altro piano (i collegamenti) proprio come i vecchi predicati verbali possono essere composti in locuzioni, sebbene i collegamenti abbiano la capacità di moltiplicarsi all’infinito – l’effetto del testo sul lettore varia a seconda dei gradi di perfezione di ciascuna delle quattro caratteristiche primarie. diciamo quindi che il post è tanto più perfetto quanto più semplicità, inaspettatezza, autenticità ed emozionalità sono perfette; il corollario di questa regola è che un post perfetto non può essere virale a prescindere da questi elementi.

giova sottolineare che la struttura di un post perfetto è uguale in tutte le lingue: non v’è limite di linguaggio a un post perfetto, anche se quello che più si accorda alla forma ideale è il Simplese. Siccome è in gioco il significante e solo in seconda battuta il significato del testo, è importante che la forma articularis sia ben piantata nella sintassi reticolare, insomma che i periodi siano compresi tra le due e le tre parole, senza interiezioni e pochi determinanti; è imposto divieto assoluto, pena l’esclusione dai motori di ricerca, l’uso dell’obsoleto e puzzolente punto e virgola. Infine il metalinguaggio dei post non può che trovare compimento nella parola stessa: post è l’unico sostantivo che deve designare ciò di cui abbiamo appena detto (articolo, lettura e simili non sono accettabili dai profeti reticolari).

A concludere questa breve ricognizione, un esempio di post perfetto (in inglese).

La viralità invece trova causa efficiente nella forza – dal lat. VIS, ROBORIS – e soprattutto nella quantità con cui si allarga la diffusione tra i profili della gente comune; difficilmente si troveranno post perfetti virali sulla bacheca di uno scienziato o di un intellettuale autentici – figure di cui diffidare poiché organicamente incapaci di contagiare.

fonte

Un problema di moderazione

La richiesta di chiarimenti in merito all’advance share bottoni social bla bla è in attesa di moderazione, a differenza di commenti che elogiano e ringraziano e sono felici che questa nuova fitura o feature sia stata introdotta è veramente un passo avanti per l’umanità complimenti siete dei geni! e profusioni simili.

dunque la mia problematizzazione deve attendere, mentre via libera, si scateni la gioia dell’accettazione entusiastica (e acritica, mi azzardo a ipotizzare). complimenti costruttori di Parolastampa, mi avete illuminato gli occhi ancora una volta sui meccanismi che regolano questa porzione di rete; ero offuscato dalla gioia di scrivere che ho ritrovato, ora invece sono stato folgorato da questo piccolo particolare che poi non è proprio tanto piccolo.

la moderazione, al contrario di quello che vantate, non è proprio il vostro forte. Incoraggiate a commentare, epperò commenti insightful, thoughtful e tutti i ful che avete sbandierato come necessità nelle guidelinea alla netichetta sono messi in attesa, mentre approvazioni e locuzioni equivalenti a pollici in su hanno la precedenza. illuminante.

Contro i cantastorie

In tanti anni di onorato servizio gratuito nella rete, tra lotte intestine – nel senso di vere e proprie battaglie che si svolgevano all’interno del mio intestino – e rivincite del fegato sulla tastiera in cui si riversa un po’ di quel vecchio e sano antagonismo tra apollineo e dionisiaco, ora finalmente sopraggiunge a confortarmi del tempo sperduto un’illuminazione a caratteri cubitali:

STAI ALLA LARGA DAGLI STORYTELLER!*

*specie se di madrelingua italiana o presunta tale!

si necessitano ulteriori glosse?

è presto detto: gli storyteller, d’ora in avanti cantastorie, sono persone all’apparenza a modo la cui professione e/o lavoro spesso ricade nelle categorie cosiddette creative ma che in realtà hanno poca o punta utilità sociale, il cui sogno proibito è calcare i palchi dei TedTalk, sul solco della tradizione iniziata da quel marrano neocapitalista di Steve Jobs, per ispirare le ccciovani cccenerazzioni a ‘inseguire i propri sogni’, e il cui sorrisetto a fine ‘racconto’ nasconde tanti di quei trololol da riempire un terabyte di spazio d’archiviazione. I cantastorie sono quelli che più spesso usano l’hashtag #inspiration, mentre le foto di copertina delle loro reti sociali sono fotografie di panorami con montagne inaccessibili, pianure sterminate e oceani con vista, panorami questi sormontati da improbabili citazioni di autoincoraggiamento in primo piano tese a colmare il vuoto che essi sentono tra il desiderio di fuggire lontano da quel palco verso una di quelle spelonche in sottofondo e le caotiche metropoli in cui in realtà vivono.

Questi cantastorie hanno il compito specifico di incantare un pubblico sornione e compiacente con la loro tecné retorica procedendo alla maniera di aedi omerici a giustapporre fatti accaduti proprio a loro in mezzo a una giornata di sole o di pioggia e che hanno di solito un elemento meraviglioso come nelle favole, a non-sequitur di altissima astrazione dalla facies di verità incontrovertibili che neanche Buddha avrebbe mai sognato di incontrare nelle sue passeggiate nel Nirvana.

Ma nell’asterisco si nasconde una peculiarità in più: l’arte del cantastoriaggio nasce nei paesi anglofoni – facilmente negli Stati uniti – quindi non ci sarebbe niente di strano se i prosecutori della specie si esprimessero in lingua inglese. Non è peregrino osservare invece negli ibridati cantastorie nostrani la loro purtroppo non rara inabilità a costruire un singolo periodo avulso da anglicismi pronunciati male.

Per questo i cantastorie mi dispiacciono tantissimo: non sono bravi a convincermi del fatto che la storia che stanno raccontando sia autentica, e soprattutto mi danno l’impressione che l’involucro linguistico con cui mi offrono la loro esperienza, e questa allo stesso modo, sia di plastica e non di pelle.

siamo umani o etichette?

secondo gli esperti, mi trovo sulla strada per fare di me stesso un brand. ma che vuol dire che sono un brand? e che vuol dire brand quando ci si riferisce a una persona fisica? queste domande devo pormi se voglio essere conosciuto nella rete da migliaia di sconosciuti che mettano like a ogni peto di parola emessa e grazie a questi migliaia di sconosciuti saprò di valere qualcosa perché la fama è segnale di eccellenza. oppure no? un brand è un’azienda che guadagna e specula, tradizionalmente, ma concretamente è sempre un oggetto con un’etichetta. siamo arrivati a questo, vogliono che diventi un marchio con un’etichetta? quando abbiamo iniziato ad accettare come necessario il fatto che un essere umano debba ‘vendersi’ con formulette di rito e complimenti sbavati allo scopo di trovare un’occupazione qualsiasi? e perché allora se è necessario ‘venderci’ a un capoazienda qualunque per convincerlo a darci un lavoro, il lavoro sessuale è ancora argomento un tabù nella società e chi lo esercita liberamente deve sopportare riprovazione e maltrattamenti?

datemi un argomento e solleverò un polverone di domande.

in ogni caso, se leggete questo spazio per la prima volta, sono un traduttore con molte domande e una malattia cronica (non male come biglietto da visita!)

inoltre ho scritto di getto un pezzo sul periodo di Carnevale e su come la malattia esce allo scoperto nei momenti meno opportuni.

il rinfresco è aperto, servitevi pure.