“Ə tanzanianǝ siamo molto orgogliosə del premio Nobel che non abbiamo letto”

[La mia traduzione estemporanea di questo articolo sul premio Nobel per la letteratura 2021 Abdulrazak Gurnah scritto da Elsie Eyakuze, consulente indipendente con sede in Tanzania]

In un paese diviso su identità e lingua, la letteratura può essere un problema spinoso.

La sera del 7 ottobre, mi stavo facendo gli affari miei in casa in un sobborgo di Dar es Salaam, in Tanzania, quando arrivò un messaggio da un amicə polaccə: “Congratulazioni per il Premio Nobel per la Letteratura ad A. Gurnah.” Non avevo idea di chi stesse parlando, anche se il nome suonava lievemente familiare. Una lettura di Wikipedia più tardi sono stata in grado di rispondere “Molte grazie! È ben meritato. Non ho letto molto il suo lavoro ma è un piacere che uno zanzibari abbia vinto.”

La verità è che io, come la maggior parte deǝ tanzanianə, non avevo letto Abdulrazak Gurnah, l’autore nato a Zanzibar che partì all’età di 18 anni. È un autore relativamente sconosciuto, il che non è insolito per i premi Nobel. Ma quello che potrebbe essere inusitato nel caso di Gurnah è quanto sia veramente ignoto in Tanzania. Questo non significa che non siamo stati felici ed esaltati dalla notizia. Ma l’anonimato di Gurnah nel suo paese d’origine fino a questo mese ha sollevato alcune questioni difficili circa la nostra identità, cultura letteraria, e divisioni.

La Tanzania è un’unione tra il Tanganica e l’arcipelago semi-autonomo di Zanzibar comprendente l’isola principale di Unguja, che la maggior parte delle persone chiama Zanzibar, Pemba a nord, e una manciata di isole più piccole. È per questo che sono stata attenta a chiamare Gurnah uno zanzibari, non un tanzaniano, anche se quando lasciò il paese all’incirca nel 1966 le due parti avevano già formato la Repubblica Unita di Tanzania. Ma ho motivo di essere delicatə riguardo la dolente questione della cittadinanza nel mio amato e a volte spaventoso paese, dove la nazionalità può diventare un’arma.

Questo senso di identità è ancora in evoluzione. C’è movimento per uno Zanzibar indipendente che di solito non arriva alla stampa internazionale finché le elezioni generali invariabilmente risultano in azioni di repressione sulle isole – prima, durante e dopo il processo di voto. La Tanzania, generata sei decenni fa, continua a farsi strada gridando nel mondo, piena di contraddizioni, violenza nascosta e segreti pericolosi, eppure in qualche modo funziona. Il prezzo per farla funzionare è stato il sacrificio di varie forme di verità, tra cui l’accuratezza storica e giornalistica, la libertà e l’integrità artistica: tutta roba pericolosa. La vittoria di Gurnah solleva molte di queste dolorose domande, sebbene siano avvolte nel confortante bagliore di una vittoria internazionale.

Quando mi sono rivolta ai social media per scoprire quali fossero le reazioni a questa eccellente notizia, ho trovato un’incantevole conflagrazione. Ci sono state esuberanti congratulazioni e una raffica di orgoglio nazionale per il fatto che la Tanzania abbia vinto questo illustre premio. Ma l’aver identificato Gurnah come zanzibari ha spalancato le porte su discussioni riguardo a un passato doloroso che rimane in gran parte non esaminato e irrisolto. Le rivoluzioni sanguinose che hanno contribuito a forgiare l’unione tra l’allora Tanganica e Zanzibar hanno lasciato un’eredità dolorosa. Razza, classe, religione, e perfino il genere sono stati tirati fuori – tutti i nostri scismi in agguato.

Per essere un paese pacifico e stabile, la Tanzania ha una lunga memoria profonda e una vena di meschinità che è meglio lasciare latente. Ma gli scrittori hanno questa propensione per l'”esplorazione senza fine”, come dice la biografia del Nobel. A loro piace punzecchiare vecchie ferite, anche quando tuttə fingono che il dolore sia sparito.

Così, forse in modo significativo, i tanzaniani non hanno parlato molto del vero e proprio corpus di lavoro di Gurnah. Egli è un professore in pensione che vive in Inghilterra e scrive in inglese, e noi siamo una società con una forte vena anti-intellettuale che sta attualmente rifiutando il bilinguismo sotto la parvenza dell’orgoglio nazionale. C’è una discussione in corso sul ruolo e il luogo dell’inglese, lingua del colonizzatore ma anche porta sul mondo, nell’educazione tanzaniana, che spesso viene catturata dalle narrazioni nazionalistiche.

Nulla di tutto ciò ha impedito a un partito di governo sempre più autocratico, che ha dominato la Tanzania fin dalla sua formazione, di rivendicare Gurnah come un figlio della nazione.

Forse è ingiusto da parte mia accusarci di essere una società anti-intellettuale. Il lavoro necessario per plasmare uno stato-nazione moderno post-coloniale è così vasto che non c’è da meravigliarsi del fatto che spesso falliamo. Ma l’anti-intellettualismo utilizzato dal governo per sopprimere il pensiero critico e il dissenso è parte del progetto, e in quanto tale la letteratura è stata severamente limitata. Certo, questo è in parte dovuto alle circostanze, perché come paese povero abbiamo davvero problemi a fornire alfabetizzazione di base ai cittadini, ma è anche fatto di proposito, perché quello che scegliamo di considerare letteratura appropriata è già stato censurato e curato per noi. A che ci servono, allora, persone come Gurnah, un esiliato che scrive degli interstizi difficili, delle domande, dei ricordi e dei desideri?

Ma se queste storie diventassero parte del nostro curricolo pubblico, quali incendi potremmo accendere nelle giovani menti tanzaniane, e cos’altro potrebbero scoprire loro? No, no. Il governo preferisce dirci che siamo una cultura orale e che troppa lettura è un’occupazione elitaria della classe agiata.

Vincendo il Premio Nobel per la Letteratura, Gurnah ha reso un grande servizio alla Tanzania, alla costa dello Swahili e all’Africa. Ha reso le questioni complicate. Ci ha costretti a parlare di chi siamo e di chi non fa parte del “noi.” Di come siamo arrivatə fin qui, e dove vogliamo andare. Del tetro stato della nostra letteratura, chi ha il potere di scrivere e chi ha il potere di leggerla oppure no. Della memoria e di come viene trasmessa, la tirannia della storia ufficiale.

Questo momento non durerà. Infatti, nel momento in cui starete leggendo questo, la discussione su Gurnah e il Premio Nobel potrebbe essere passata in secondo piano, surclassata dall’ultimo scandalo o tripudio come la nostra ansiosa conversazione sociale prescrive. Ma Gurnah è lì ora, parte della nostra conversazione. Le successive discussioni su arti e letteratura, storia e identità saranno influenzate dalla collocazione delle sue opere nella nostra realtà collettiva d’ora in poi. Continuerà a sfidare la nostra noncuranza, il che è il suo splendido dono per noi.

Un’ultima cosa. Ho sempre ammirato la padronanza della lingua zanzibariana sia in kiswahili che in inglese, la grazia e la finezza. Quello che lə zanzibarə dicono e come lo dicono mi affascina, soprattutto quello che scelgono di non dire affatto. Il presidente dello Zanzibar Hussein Mwinyi ha inviato le sue congratulazioni su Twitter a Gurnah, ringraziandolo a nome di tuttə ə zanzibarə per questa storica onorificenza. A sua volta, Gurnah ha dedicato la sua vittoria su Twitter all’Africa e a tuttə lə africanə. Ha detto a Larry Madowo della CNN ch’egli è zanzibari, tanzaniano e britannico. “A tuttə loro”, ha detto l’autore degli interstizi, dei viaggi, e dei sentimenti che producono. A tuttə loro.

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